Archivio di dicembre 2006

Caffé & Crackers

martedì 26 dicembre 2006

Cabo Blanco é l’estremità più occidentale del continente Sud Americano. Ci avviciniamo lentamente alla costa del Perù, che costeggeremo per oltre 1.000 miglia prima di entrare in acque cilene. Non ci avvicineremo mai troppo alla costa, anche per evitare i pericoli rappresentati da alcuni basso fondi e da una decina di isolotti su cui l’oceano frange con tutta la sua potenza e dove la corrente ci trascinerebbe se ci avvicinasimo troppo. Anche dai principali porti peruviani conviene stare al largo. E’ già un paio di settimane che riceviamo allerte dal Centro Anti Pirateria di Kuala Lumpur, in Indonesia. Questo ufficio coordina tutte le attività anti pirateria al mondo e ha segnalato già 4 attacchi a navi e barche nella zona di Callao (Lima). Due erano imbarcazioni da diporto all’ancora in rada. Inoltre non é ancora stata trovata la barca a vela americana che dal Perù risaliva verso il nord e che non ha dato più notizie di se da ormai 30 giorni. Naufragio? Attacco di malviventi? Nessuno lo sa. Quindi navighiamo a prudente distanza dalla costa, in modo da essere fuori portata dalla vista e dall’autonomia dei motoscafi di questi malfattori.

La navigazione prosegue tranquilla, sebbene di bolina e contro vento. Siamo in leggero ritardo sulla tabella di marcia, ma conto di recuperare nonappena il mare si calmi un po’ e Adriatica riesca ad avanzare più stretta al vento. Ora, per quanti sforzi facciamo, l’angolo migliore non é inferiore a 60°. Il cielo durante il giorno si aère e l’azzurro terso risalta tra le nuvolette a batuffolo dell’aliseo. La notte, a causa della condensazione dell’umidità dovuta alla differenza di temperatura tra l’aria, calda e asciutta e il mare, umido e freddo per la corrente di Humboldt che trasporta a queste latitudini le fredde acque dell’antartico, si forma una cappa di cumuli che mano a mano oscura lo spendido cielo della notte equatoriale.

“Sono le 23 della sera. Orione sale lentamente verso l’azimut. Cassiopea indica involontariamente la direzione del Nord, giacché la Polare é già invisibile. Iniziando da Est la foschia inizia a attenuare la nitidezza delle costellazioni che accompagnano il primo turno di guardia, quello che dalle 21 porta a mezzanotte. Già i nuovi montanti si organizzano per il secondo turno:

“Fa freddo ragazzi? com’é? la fuori”
“Tutto OK, comincia a coprirsi, serve la cerata per l’umidità. La temperatura, ancora va!”

Mezzanotte. Cambio turno. Caffé. Crackers. Il cielo si comincia a scurire a macchie. Si percepisce la presenza della nube dalla macchia senza stelle che intravedi a levante. Due, tre, cinque, dieci macchie… La notte senza luna avanza e lo splendore del cielo si smorza. Ora é coperto completamente. Il buio “é” buio… La sensazione di solitudine si accresce in questo momento della notte. Per fortuna sono le 3, é ora del cambio.

“Vai a dare una mossa ai montanti!”
“Sì, vado, e gli faccio anche un caffé, che ne avranno bisogno”.

La nuova coppia sale stropicciandosi gli occhi nell’oscurità totale. Ogni tanto qualche spruzzo di un’onda che si schianta sulla prora giunge fino in pozzetto, e completa la sveglia dei nuovi venuti. Il sapore amaro del caffé in bocca. Nessuna voglia di parlare, ma tanta di dormire… La cuccetta era ben calda!… Ora fuori comincia a far fresco. Cerata, cappello di lana, scarpe.

“Caspita, ma non siamo all’equatore? Io non pensavo.. Chissà cosa dev’essere in Cile, nei canali. Là si che beccheremo del gran freddo!”
“Si, fortuna che Fil ha montato il Webasto, il riscaldamento ad aria, sennò…!”

In mare non é come a terra. Umido e vento abbassano notevolmente la temperatura dell’ambiente e per questo dove, alla stessa latitudine, ci sono foreste tropicali e deserti, in mare si può tremare di freddo. Sono le 5 passate ormai. I ragazzi del turno faticano a tenere gli occhi aperti. Lo sguardo che fino a poco prima controllava velocità e direzione
del vento, ora insiste ripetutamente sull’orologio:

“Maledizione, l’ultimo turno della notte é il peggiore, e l’ultima ora di questo turno non passa mai!”
“Hai ragione… Vado a scrivere il libro di bordo, sennò mi addormento. Non staccare la cintura di sicurezza, che sei solo, al timone…”
“Si, certo. Mica voglio finire in mare a 400 miglia dalla costa più vicina, di notte e con tutti a bordo che dormono!… Dai una mossa ai montanti… Che guadagnamo 5 minuti, dai!..”

Già si percepisce un cambiamento nel buio. Il bordo delle nuvole più a levante si intravede più chiaro. Un nulla, ma già si vede. L’aurora si prepara. Il sole uscirà tra più di un’ora, ma qualcosa sta cambiando. E l’aria comincia a perdere una parte della sua umidità, una buona parte della quale si é depositata sulla barca, sulle vele e sull’attrezzatura, gocciolanti, nell’attesa del caldo mattino che le asciugherà. Il nuovo turno é in coperta. E’ il turno privilegiato, perché ha dormito da mezzanotte alle 6 ed é quello che si riposa di più, siccomne il sonno di queste ore rispetta l’orologio biologico del nostro corpo. E’ per questo che i due del mattino si occupano di rassettare la barca dopo la notte. Sfruttando l’umidità depositata dalla notte, con una spugna, ripassano la coperta per toglierle il sale degli spruzzi notturni. Alcuni pesci volanti, ciechi nella notte scura, si sono involontariamente suicidati contro Adriatica. Ora ne raccogliamo le carcasse e le gettiamo in mare, dopo averne ammirato l’apertura delle pinne, vere e proprie ali.

“Tò, stanotte anche un calamaro ha deciso di farla finita… Meno male che é uno di quelli piccoli. Ti immagini se fosse un calamaro gigante che si innamora del rosso scafo della nostra barca!”
“Non voglio nemmeno pensarci. Per fortuna che Adriatica é di acciaio, sennò in una collisione contro uno di questi mostri marini o contro una balena ci lasceremmo lo scafo…”
“Dì, invece di pensare ai mostri marini, guarda che colori stamattina!”

Le nuvole che iniziano a diradarsi, come una folla di gente dopo uno spettacolo di piazza, a gruppi, oppure solitarie, restando ancora qualche capannello qua e là, lasciano spazio ai primi raggi del sole, fulgidi, dritti, allegri. Un nuovo giorno inizia su Adriatica.

Un nuovo giorno inizia qui sul Pacifico orientale, 85° di longitudine Ovest.

Filippo Mennuni, Comandante di Adriatica – www.velistipercaso.it

La tecnologia di Adriatica

martedì 26 dicembre 2006

Adriatica é un’imbarcazione dotata di molti strumenti di aiuto alla navigazione. L’elettronica a bordo é completa come quella di una grossa unità, solo, in dimensioni medie.
2 radar, con portata nominale fino a 48 miglia di cui uno con Overlay (cioé sovrapposizione del tracciato Radar con la Cartografia) e sistema APRA/ARPA che permette di individuare e seguire fino a 10 obbiettivi-ostacoli (chiamati Target) in contemporanea. Una centrale B&G completa che ci dà dati del vento (direzione, velocità, angoli sia apparenti che reali), profondità, velocità, prua e rotta; un pilota in grado di comandare il timone sia riferito ad un angolo stabilito sulla bussola elettronica che rispetto ad un angolo predefinito con il vento e capace di virare o strambare da solo, lasciando il timoniere libero di intervenire in manovre di controllo; un Plotter Cartografico che grazie alla cartografia elettronica ci permette di avere costantemente aggiornata la posizione della barca su una Carta nautica riprodotta sullo schermo; un sonar sottomarino per l’avvicinamento alle scogliere e il passaggio nelle Passe coralline; due GPS che ci danno costantemente la posizione di Adriatica con uno scarto che non supera i 7 metri; un VHF e un SSB, radio a trasmissione per brevi e lunghe disatanze, che sono in grado di inviare in caso di pericolo una richiesta di soccorso con posizione, nome e tipo di avaria; questo stesso servizio può essere reso dal Mini-M e dall’Inmarsat-C, due altri strumenti di comunicazione via satellite; un sistema mail via radio, seppur basico, ma molto funzionale: é tramite questo sistema, chiamato PACTOR III, che Silvia riceve i giornali di bordo da noi, qui in Pacifico; un sistema FAX per ricevere le carte meteo e un Navtex che invece riceve bollettini e avvisi ai naviganti sotto forma di testo; un programma di navigazione che interprera, registra, ipotizza, simula ogni nostra opzione prima che sia realmente messa in pratica…
insomma, una vera e propria centrale elettronica che ci aiuta nelle scelte e nella gestione della navigazione.

E a noi che resta da fare, allora?

Beh, a noi resta il controllo di tutto questo. A noi resta la conoscenza dell’arte marinaresca (mai dimenticarla!!!) che subentra in caso di Panne del sistema. A noi resta l’interpretazione delle carte meteo e la scelta delle opzioni di rotta. A noi restano le manovre di giorno e di notte, i turni stancanti, il timore per l’oggetto sconosciuto segnalato dal Radar che ci è invisibile nell’inchiostro della notte oceanica.

A noi resta la fresca sensazione della brezza che ci scompiglia i capelli o la sferzata dell’onda che frange in coperta.

A noi resta l’andatura inclinata e barcollante che perdura per alcuni giorni dopo essere arrivati a terra e l’insonnia delle prime notti in porto.

A noi resta l’essere uomini.

A noi resta il Libero Arbitrio e… tuttu ciò che ne segue!

Un progetto ambizioso

martedì 26 dicembre 2006

27 dicembre 1831: il beagle salpa dall’inghilterra, alle ore 14.00, dopo avere effettuato alcuni tentativi precedenti mancati a causa del cattivo tempo. Un buona brezza da est gonfiava le vele del brigantino mentre il fischio del nocchiere scandiva il tempo degli uomini alla manovra.
Veleggiavano a 6 o 7 nodi verso l’Atlantico. FitzRoy e Darwin salutavano l’Inghilterra che avrebbero rivisto solo 5 anni dopo. Canarie, Capo Verde, Brasile, Uruguay, Argentina, Terra del Fuoco, Cile, Perù, Galapagos, Pacifico, Australia, Oceano indiano, Sud Africa, ancora Brasile e infine Inghilterra. Queste, a grandi linee, le tappe degli inglesi.
Un programma di cartografia e idrografia per FitzRoy, associato a ricerche di geologia e biologia per Darwin. Una grande impresa per l’Ammiragliato britannico.

27 dicembre 2006: 175 anni dopo la partenza del Beagle, Adriatica naviga ripercorrendo la sua stessa rotta a ritroso. I 6 uomini del suo equipaggio si affannano ai ritmi delle guardie lungo la costa del Sud America.
Adriatica é in viaggio dall’11 marzo 2006 e il suo rientro in Italia é previsto solo per luglio 2007.
Sardegna, Baleari, Spagna, Canarie, Capo Verde, Caraibi, Curaçao, Panama, Galapagos, Cile, Terra del Fuoco, Argentina, Uruguay, Brasile e… Italia.
Queste le tappe degli italiani.
Nove Università coinvolte, un museo (di Scienze Naturali di Milano), vari centri ricerca, un Parco Acquatico (Oltremare), un editore (Edizioni Motta), un grande mensile di divulgazione (Le Scienze), la Televisione, delle aziende importanti… Una grande avventura e un progetto ambizioso per la nostra organizzazione.

Aspettando il vento

martedì 26 dicembre 2006

Il vento sta morendo. Abbiamo seguito la sua agonia tutta la notte. E’ inevitabile. E’ la natura che decide. La brezza leggera a sette o otto nodi non é sufficiente per smuovere il colosso che é Adriatica. Una barca in carbonio, lei si che avrebbe fatto festa con una brezza leggera. Ma, senza andare a scomodare il pregiato composito, peraltro inadatto ad una navigazione come la nostra, dove il pericolo di collisione con tronchi, pezzi di ghiaccio, detriti alla deriva è costante, uno scafo in alluminio sarebbe stato ideale. Leggero (quasi la metà rispetto all’acciaio), resistente (si fa una bozza, ma non si rompe), non fà ruggine ed é riciclabile (ideale per la nostra filosofia dell’andar per mare!). Ma, in quel ormai lontano giorno di alcuni anni fà in cui Pat, Syusy e Zòe scoprirono lo scafo di Adriatica abbandonato in quel di Fano, fu amore a prima vista e… al cuor non si comanda: Adriatica risorse a nuova vita, quella che non aveva mai avuta, ed oggi siamo qui, a ciondolare nell’alta onda lunga oceanica che ferma ogni velleità di avanzamento del pesante scafo di acciaio.

In questi frangenti non so dire se si usura di più l’attrezzatura, che sbatte floscia nel vento calante o lo spirito del marinaio, che prova ogni soluzione, cambio di vela, di rotta, di prua, pur di avanzare e non sottomettere la barca allo sfinimento dei materiali.

Un piccolo refolo! 10 nodi, dai che si riparte… la velocità aumenta da 1 nodo a 1,2.. 1,5,… 1.8,… 2 nodi! Un minuto, due minuti…Equilibrio instabile che non vorresti turbare nemmeno con il peso delle parole. In silenzio quindi osservi, poggi uno o due gradi per fare acquisire un po’ di abbrivio in più. Ti servirà a scavalcare le tre onde più alte che già percepisci a prua. Sempre, dopo una serie di onde di altezza media, ne arrivano tre di altezza superiore. Sono quelle che frangono a bordo durante la burrasca. Ora, sono quelle che stoppano Adriatica come se si fosse piantata in un fondo melmoso. Da 2 nodi scende a 0,5… Le vele sbattono…
Tutto ricomincia per 10, 100, 1000 volte. Poco vento e mare lungo…
Adriatica brontola in modo malsano. Gracchia la sua sofferenza. Vele, bozzelli, scotte, carrelli… Tutto sbattacchiato in ogni senso.

Ci sarebbe la soluzione del motore, ma a 1.000 miglia dall’obiettivo, 10 giorni di navigazione, con mare e corrente contro, la barca sbatterebbe ancora di più per avanzare appena. Il gasolio finirebbe proprio quando ne avremmo bisogno: in prossimità dell’atterraggio.

Allora la soluzione é cercare il vento. Cominci a scrutare l’orizzonte in cerca di un segno di aria più tesa. Una nuvola che si faccia anticipare da qualche raffica. Il timoniere gioca stancamente a questo rincorrersi assurdo. Io mi metto ad analizzare le carte meteo. Rifletto. Studio meglio.

Leggo i bollettini e guardo la carta del satellite. Seguire a Sud o avvicinarsi a terra. Le Ande creeranno una termica che ci spingerà verso sud est? Oppure canalizzeranno il debole aliseo parallelamente alla costa costringendoci ad una bolina ancor più precaria, contro corrente e in mezzo a pericoli costieri? E questa calma quanto é estesa? Quanti giorni mi costerà sul totale… Siamo già in ritardo… L’equipaggio sonnecchia ascoltando musica e facendosi sballottare nelle cuccette, trattenuti solo dai teli antirollio che impediscono rovinose cadute sui paglioli.

Chi é di turno timona, perchè il pilota non é in grado di gestire le basse velocità. I generatori eolici non caricano, perché la brezza non é sufficiente a farli girare. Allora risparmiamo energia per usare meno possibile il generatore.

Ci ostiniamo a fare avanzare la “rossa”. Duro lavoro…

Ma domani ci sarà il vento… lo sò!

Le isole di San Cristobal e Isabela

venerdì 15 dicembre 2006

Darwin alle Galapagos ci si fermò prima di proseguire il lungo viaggio di ritorno verso l’Inghilterra. Già da tempo alcuni pensieri “inaccettabili” per la mentalità del tempo che giustificava la genesi della terra secondo la stretta interpretazione biblica stavano affollando la mente del giovane naturalista. Un terremoto avvenuto nel Cile meridionale aveva sollevato la costa di circa 2 metri e questo giustificava pienamente l’esistenza di conchiglie e fossili marini in alta quota, sulle Ande: e se la terra galleggiasse su un enorme lago di lava fusa e incandescente che ogni tanto riesce a bucare la superficie? E come erano arrivati, si erano generati animali e piante simili in continenti diversi? E l’uomo stesso? Inutile convincere FitzRoy, radicato nella sua cultura religiosa. Fu difficile convincere il mondo 20 anni dopo!
Dal 16 settembre al 20 ottobre 1835 i nostri protagonisti sostarono alle Galapagos (che significa Tartarughe Giganti), un gruppo di isole assai frequentate dove ogni anno sostavano dalle 60 alle 80 baleniere americane per procurarsi acqua dolce e carne di tartaruga. Stoccate nella stiva riescono a sopravvivere molti mesi senza cibo ne acqua.

Mentre l’equipaggio del Beagle si dedicava alla solita opera di cartografia, al riposo e alla pesca, il giovane Charles elaborò nella sua mente l’abbozzo di una teoria nuova sull’origine della vita sul nostro pianeta e il suo svilupparsi. Riordinando la sua raccolta di animali e piante si accorse che la maggior parte delle specie erano uniche, pur assomigliando a quelle del Sud America. Inoltre le stesse specie differivano da un’isola all’altra sebbene lontane di poche miglia. La specie che maggiormente lo stupì era quella dei fringuelli, che avevano un becco diverso a seconda del cibo differente che potevano trovare sulle diverse isole. La ragione gli apparve chiara da subito: attraverso le successive generazioni un processo di adattamento li aveva sviluppati adattandoli. L’isolamento aveva favorito questa evoluzione.
Lo stesso accadde con le tartarughe, diverse tra le isole e le iguane, diventate marine da terrestri. La sua teoria era ormai questa: il mondo non poteva essere stato creato in un solo istante o in una settimana, ma era il frutto di una evoluzione continua di qualcosa di infinitamente primitivo.
Le isole Galapagos dovevano essere assai recenti rispetto alla costa continentale Sud Americana. Gli uccelli erano stati i primi colonizzatori, poi le tartarughe nuotando e le iguane, arrivate su tronchi d’albero alla deriva. Gli uccelli avevano trasportato semi nei loro escrementi. Questi erano attecchiti e si erano poi sviluppati in modo autonomo dalla specie madre americana. Ecco come, probabilmente, anche i grossi bestioni di cui aveva trovato ossa fossili in Patagonia potevano essersi estinti: quando l’istmo di Panama si era chiuso specie più forti era giunte dal nord che ne avevano causato l’estinzione. E si spinse anche oltre, ipotizzando che anche l’uomo – scandalo! – avesse dovuto essere quanto mai primitivo e si era evoluto grazie all’adattabilità e all’aggressività.

Adriatica ha visitato 2 delle 4 isole dove discese Darwin. San Cristobal e Isabela. Poi é stata anche a Santa Cruz. Ha dato fondo sulla steassa sabbia che accolse l’ancora del Beagle. Il paesaggio é immutato, a parte la zona antropizzata. Per il resto l’immagine naturale é identica e preservata.

Scesi a terra, Ric, Ferdi, Marco, Emanuel, Gianni e io abbiamo ripercorso sentieri che sicuramente incrociano quelli su cui si mossde il naturalista inglese. I panorami sono identici: rocce vulcaniche, boschi apparentemente secchi o foreste rigogliose nel lato sopravvento delle isole che risaltano nel sole equatoriale. I colori sono vivi, sebbene più uniformi rispetto a quelli a cui siamo abituati in Mediteraneo.
Abbiamo riscoperto piante come il pomodoro (che abbiamo assaggiato: é proprio uguale, nel sapore), originario delle Americhe e importato in Europa solo da pochi secoli, che qui cresce selvaggio come un’erba.

Navigando tra le isole abbiamo incontrato iguane che nuotavano a miglia da terra, razze che spiccano salti fenomenali al di fuori dell’acqua. Squali (ne abbiamo intravisto solo le pinne) e balene. Delfini a decine e decine che festeggiavano Adriatica dividendone allegramente la scia. Fregate, Gabbiani, cormirani delle galapagos, pellicani, pinguini…

Ci sentiamo dei privilegiati per essere qui. Le autorità ci hanno concesso libera navigazione in quasi tutte le aree. Normalmente i velieri che giungono alle Galapagos devono sostare senza muoversi in uno solo dei tre porti autorizzati e lasciare le acque entro 3 giorni. Al massimo possono prolungare fino a 15 se hanno dei problemi. Noi avevamo un permesso rinnovabile di 2 mesi. Peccato dover partire.
Come FitzRoy ho degli impegni da rispettare. Lui doveva rientrare in Inghilterra e cartografare ancora parte del Pacifico e dell’Indiano. Io ho tanti appuntamenti lungo le coste Cilene, Argentine e Brasiliane per realizzare immagini da mostrarvi e racconti da scrivervi.
Ciao a tutti.

Adriatica come il beagle.

Filippo Mennuni, Comandante di Adriatica – www.velistipercaso.it