Archivio di febbraio 2007

Neve a Caleta Bolina. Ancoraggio sull’Isla Madre de Dios.

lunedì 26 febbraio 2007

Oggi la neve! Sì. nel mezzo dell’estate australe, durante l’ancoraggio, uno scroscio improvviso si é trasformato in un turbine di nevischio bianco che ha avvolto per qualche minuto Adriatica e i ragazzi – Marco e Damiano – che sul gommone stavano posizionando le cime a terra. Il freddo intenso li ha obbligati a ripararsi provvisoriamente sotto una fitta macchia di alberi che in un angolo della caletta li proteggeva dal vento gelido che sferzava la superficie del mare. 50 metri di catena e due cime a poppa. Una raffica a 40 nodi fa inclinare Adriatica e la fa brandeggiare a pochi metri dalle roccie. No! L’ancoraggio non va bene.

Devo cambiare. Riproviamo dall’altra parte della rada, che in totale non é più larga di 100 metri e lunga 300. Un piccolo ruscello di una ventina di metri scroscia sul lato a nord ovest, svuotando la laguna azzurra che si intravede dietro gli alberi. A marea alta l’acqua del mare vi entra e il ruscello scorre al contrario, dal mare verso l’interno. Qui le maree sono di 2 metri. Passo su un basso fondale di 5 metri. Adriatica ne pesca 4. Un brivido ogni volta che guardo la sonda elettronica e il valore che indica… La cartografia in questa zona é molto approssimata e la profondità non é quasi mai precisa. Ricardo e Fernando, a prua, preparano la catena e l’ancora con un occhio al colore dell’acqua e ai segni che possono indicare una roccia o un banco di sabbia. Anche le alghe, che qui si chiamano “kelp”, indicano la roccia poco profonda e comunque costituiscono un pericolo perché possono attorcigliarsi all’elica e bloccarla.

Stamane abbiamo salpato presto, alle 6 e mezza. L’alba. In realtà salpiamo presto tutti i giorni!…

Tutto mi diceva che sarebbe entrato il Sud Ovest, e anche piuttosto forte. Caletta Perry, dove eravamo, era aperta proprio verso quella direzione e non volevo farmi trovare lì, in quella posizione scomoda.

Inoltre ogni giorno dobbiamo percorrere almeno 70 miglia per rispettare il programma che ci siamo imposto.

Dopo poche miglia il vento ha girato a SW e ha rinforzato. Non mi sbagliavo. Uno dopo l’altro hanno cominciato ad accanirsi su di noi dei groppi freddi e piovosi con raffiche fino a 45 nodi. Adriatica arrancava controvento con la velocità che si abbassava a soli 2 nodi e mezzo, dai 7 ha cui avrebbe dovuto spingerla il Volvo a tutto gas. Anche la corrente era contro di noi, ma non avevamo alternative. La prima caletta utile per noi e per il nostro pescaggio era a 50 miglia di distanza.

Ogni tanto un po’ di respiro, tra un groppo e l’altro, quando il vento soffiava a soli 25 nodi.

Il momento peggiore era all’incrocio con i canali laterali, da cui si gettavano vorticosi i williwaws, raffiche potenti e con direzione variabile che sollevavano sull’acqua la spuma delle onde polverizzando le goccioline in una polvere bianca. Il mare sembra fumare, bollire, evaporare. Bardati come per una discesa sugli sci, con maglioni, pile, cerate, passamontagna, occhiali cerchiamo di proteggerci dalle gocce di pioggia che pungono come spilli e dal freddo intenso che si infila nel collo, nelle maniche, dietro la nuca. Le orecchie sono gelide come pure la punta del naso. Le mani non si riescono a tenere asciutte. I piedi sono protetti da due o tre paia di calze, negli stivali indossati perennemente.

Ciò nonostante lo spettacolo della natura ripaga della fatica. I ghiacciai, che sovrastano le cime dei monti a poche centinaia di metri dall’acqua, sono uno spettacolo primordiale e affascinante. Le rocce nere contorte dall’azione e dal peso delle nevi perenni che per milioni di anno hanno coperto questi monti hanno forme uniche, inabituali per noi. E nonostante il clima la vegetazione é rigogliosa, verde intensa. I muschi coprono ogni superficie libera e tutti i tronchi degli alberi. La vita marina brulica di esseri nuovi e sconosciuti. Cascate di acqua fresca si gettano dai pendii direttamente in mare.

I ragazzi di Padova, giovani biologi con una salda cultura scientifica, riconoscono animali visti solo sui libri o in video. Campionano plancton, raccolgono pesci, conchiglie, invertebrati, meduse… ogni vita é meraviglia per loro. La navigazione non rappresenta nessun pericolo ai loro occhi avidi di novità. Corrono in coperta a fotografare delfini, pinguini, albatross, leoni marini anche quando la barca é al limite delle prestazioni. La loro curiosità é un piacere. E una speranza!

Il vento sta calando un po’, con la notte che nasconde il profilo di ogni cosa. Controllo l’ormeggio. Entro e mi faccio un thé. Gli altri giocano a carte, o chiacchierano. Torno fuori e ricontrollo l’ormeggio.

Fumo una sigaretta. Rifaccio il giro della coperta. Tutto a posto.

L’ancora mi tira a sud ovest. Una cima mi trattiene da sud e un’altra da nord ovest. Questa tela di ragno dovrebbe darmi sicurezza. Dovrebbe…!

Metto un’allarme per la profondità che suonerà se la barca, spostandosi, cambierà di altezza sul fondo. Poi ne metto uno sulla posizione, con il GPS. Se la barca si muove più di 30 metri dal punto in cui é ancorata, un Bip mi avviserà.

Rientro. Controllo l’ultima carta meteo appena arrivata con il meteofax e la verifico con il bollettino del satellitare. Fuori, in oceano, a soli 20 chilometri più a ovest, la tempesta infuria, con venti fino a 80 nodi e onde da 5 a 7 metri. Tra noi e l’apocalisse una fila di colline su quest’isola che ci protegge in uno dei suoi fiordi. L’isola ‘Madre de Dios’.

Buona notte.

Notte a Puerto Eden

domenica 25 febbraio 2007

Ieri sera siamo arrivati a Puerto Eden dove abbiamo passato la notte in rada. Appena svegli sbarchiamo per un giro veloce in questo isolato e particolare paesino. Ci sono poche persone attorno al molo e lavorano tutte. Una famiglia scarica cholgas affumicate (mitili seccati ed affumicati) da un’imbarcazione gialla e rossa, a turno tutti danno una mano, anche un bimbo che avrà circa tre anni. Una seconda famiglia prepara la legna per scaldare la casa: il padre riduce i tronchi in ciocchi con la motosega, la madre, almeno così ci sembra, taglia con energici colpi di accetta i ciocchi in pezzi più piccoli e le due figlie si alternano nel trasportare la legna in casa e sistemarla al riparo dalla pioggia. Casette in legno e lamiere, dall’aspetto fatiscente, si susseguono lungo la costa: non esistono strade ma solo un dedalo di passerelle in legno che collega i diversi gruppi di case disseminati tra le varie baie dell’isola, separate da piccole colline. Poco più di due chilometri di passeggiata, su assi rese scivolose dall’umidità costante, ed abbiamo già  visto tutto l’abitato, la collina tappezzata da numerosissime specie di muschi, il mirador (punto panoramico), la chiesa, la scuola, il comando dei carabinieri, tre piccole drogherie (che in realtà  vendono un po’ di tutto) e l’ufficio postale.
La gente ci ferma, esce dalle case e ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa, pane, pesce, artigianato locale. Noi prendiamo tutto: abbiamo la sensazione che i nostri soldi qui siano ben spesi. Il tempo di scattare un po’ di foto, immortalare un martin pescatore, scambiare due chiacchiere con le accoglienti persone del posto ed ora di ripartire. La nostra meta vedere un ghiacciaio scendere fino al mare, all’interno dei fiordi. Il miglior candidato si trova al termine del Seno Eyre e puntiamo verso sud nella speranza di raggiungerlo. Sono le 13.30, Ricardo comunica alla Capitaneria di Puerto Eden la nostra partenza, la prossima tappa e salpiamo.

Il forte vento e la lluvia (pioggia), frequente in questi luoghi, ci accompagnano.
Non facciamo a tempo ad asciugare le cerate che sono nuovamente bagnate. Ci rendiamo conto di aver percorso molte miglia guardando il paesaggio dei canali in cui navighiamo. La vegetazione più rada, gli alberi pi  bassi, gli arbusti più  frequenti, le rocce più dolci e smussate. Sembrano e sono levigate dallo scioglimento dei ghiacciai. Domina sopra tutti un albero simile al faggio: l’abbiamo già incontrato a Chil  ma l era raro. Procedendo verso sud l’abbiamo visto diventare via via più  frequente e adesso caratterizza il paesaggio. Assomiglia ai nostri faggi e anche Darwin pensava appartenesse al genere Fagus. Fu così  che chi, nello studiarne con cura la sistematica, si accorse che un faggio non era per sottolinearne la diversità  lo chiamò Nothofagus: un nome che la “latinizzazione” della frase inglese “not a fagus”!
Anche la temperatura è scesa e ci imbottiamo di pile e maglioni. Stiamo preparando un tea per riscaldare noi e l’equipaggio, quando Andrea ci chiama con fare concitato gridando “Delfini! Ci sono i delfini!” Io, già con la macchina fotografica in mano, salto fuori in coperta, il vento è forte. La pioggia ed il freddo non ci frenano, non c’è  tempo per mettere le cerate. Le pinne nere che erano  in lontananza ora puntano verso di noi. Qualche secondo e 5 o 6 delfini sono sotto la prua di Adriatica a surfare l’onda che si forma. Torno dentro per chiamare Elisa, Ale ed i prof, tutti escono a godersi quest’ennesima meraviglia. Siamo a prua con lo sguardo sotto la chiglia, emozionati, increduli, frementi. I delfini sono vicinissimi, ci sembra quasi di poterli toccare sporgendoci un po’. Sono dei lagenorinchi australi (Laginorhynchus australis) una specie di cetaceo che vive solo in queste acque, nella Patagonia meridionale, la punta dell’America del Sud. Sono meravigliosi, sembra si stiano esibendo per noi, si avvitano, scendono, si toccano tra loro, cambiano repentinamente direzione e velocità. Sono potenti, eleganti e padroni di ogni movimento E’ davvero affascinante poterli osservare da cos  vicino. Noi siamo gioiosi ed alterniamo momenti di immobilità  con occhi spalancati sulle danze dei delfini a tempeste di foto e video. I lagenorinchi ci prendono gusto e noi siamo infreddoliti e bagnati. Il tempo di mettere la cerata e subito fuori per non perdere nemmeno un minuto dello spettacolo offertoci. Ancora 15 minuti e i delfini trovano altre occupazioni. Si allontanano da Adriatica in gruppo compatto, senza esitazioni. Chissà cosa avranno visto o sentito. Noi abbiamo ricevuto ancora una volta un grande regalo da questo mare generoso e prodigo di emozioni.

Il vento rinforza e il comandante, Filippo, decide per una sosta in una piccola caletta per passare la notte. Il progetto iniziale di raggiungere il Seno Eyre è sfumato, le condizioni meteo non ce lo permettono, ma abbiamo altre alternative più a sud, e tanta speranza!

Tutto tranquillo a Puerto Eden

sabato 24 febbraio 2007

La giornata é abbastanza calma, in comparazione a quelle precedenti.
Navighiamo verso sud spinti dal vento fresco del nord. Ogni tanto uno scroscio di pioggia. Poi, dopo un paio di ore, il cielo si apre parzialmente e ci permette di ammirare lo splendido relitto che sfiliamo di fianco della nave Capitan Leonidas, di bandiera greca, che si arenò proprio al centro del canale su uno scoglio affiorante. Le voci dicono che il comandante lo fece di proposito dopo che l’armatore aveva sottoscritto un aumento del premio dell’assicurazione. Ora giace intatta, sebbene arrugginita, e i gabbiani la usano come casa. I cileni le hanno sistemato un fanale sulla torretta di prua, che con la sua luce indica alle altre navi il pericolo. E’ un forte richiamo per tutti noi.

Fredda, rugginosa, con gli oblò ormai esplosi dal gelido vento invernale, sembra però ancora navigare verso nord a causa del flusso della corrente discendente che le crea una piccola onda di prua. Solo una leggera inclinazione rende la sua posizione improbabile e da questa nave fantasma ci si aspetta in ogni istante, guardandola, che gli spettri dei marinai che hanno perso la vita in queste acque escano in coperta per reclamare la tranquillità.

Ci allontaniamo dal relitto in silenzio. Affascinati e consci che in ogni momento, per imperizia, per sfortuna, per una causa imprevedibile anche a noi potrebbe succedere la stessa cosa. I ragazzi dell’equipaggio mettono ancora più attenzione, istintivamente, alla navigazione.

Un’ora dopo entriamo in quella che si chiama “Angostura Inglesa” o “English Narrows” come la battezzò FitzRoy durante il suo passaggio in questa zona. Scoprì lui questo stretto e pericoloso canale che unisce i canali del nord con i canali del sud della Patagonia cilena. Fino a quel momento le navi dovevano uscire in oceano aperto per attraversare questo intricato labirinto di isole ricche di fiordi senza sbocco e unire le rotte atlantiche alle città della costa pacifica: Valparaiso, Callao, Guayaquil… Decine e decine di navi cercarono il passaggio, infilandosi in lunghi canali che spesso si tramutarono nella tomba del loro naufragio. La natura ha voluto fortunatamente creare questa “passe” che taglia le montagne perpendicolarmente. Grazie alla natura! Poche decine di metri di larghezza per una ventina di profondità. Non riesco a credere che possano passare di qui navi di oltre 100 metri di lunghezza.
I piloti che le accompagnano devono essere dei gran marinai.
Due ore dopo, verso le 16:00, siamo fuori dal pericolo. Il passaggio ha necessitato estrema attenzione, anche a causa della forte corrente di oltre 6 nodi che spingeva Adriatica verso i bassi fondi laterali, ma é stato spettacolare! Poco dopo avvisiano Puerto Eden Radio che stiamo per ancorare di fronte al villaggio, al centro della piccola baia.
Puerto Eden. Quanto di più lontano ci possa essere dalla nostra raffigurazione dell’eden. Ma forse, per i cacciatori di balene e di leoni marini, per i pescatori, per i naviganti dei secoli scorsi, questa rada così protetta, ricca di verde, di fiori di campo e di corsi d’acqua, con delle praterie e dei pianori dopo le centinaia di miglia tra sponde scoscese e ghiacciai che scendono fino al mare, é dovuto sembrare un vero paradiso.
Il villaggio, ancora oggi solitaria tappa tra Chiloé e Puerto Natales, distanti entrambi almento 400 chilometri e accessibili solo via mare, é raggiunto dalla nave di collegamento ogni 7/10 giorni. Quando va bene. I 176 abitanti ricevono approvvigionamento solo quando é possibile. Nel suolo impregnato di acqua non si può piantare quasi nulla. Le case sono su palafitta e non esistono strade, ma un solo camminamento di assi di legno di oltre 3 chilometri appoggiate su piloni di legno piantate nella torba e nel muschio. Un villaggio solitario ma degno. Con la scuola, la biblioteca, internet gratuito per i pochi turisti naviganti. Una sola osteria che affitta anche delle camere con il bagno in comune con i proprietari. Un piccolo cantiere che ripara barche in legno. La base della marina Cilena, impeccabilmente organizzata. Una chiesetta e dei sentieri di trekking ottimamente segnalati con cartelli esplicativi, frecce di direzione, nomi che indicano le piante endemiche, delle tettoie per ripararsi dai frequenti scrosci di pioggia. Tutto su palafitte. I suolo é impraticabile.

Scendiamo a terra. La nostra cambusa é quasi vuota e svaligiamo letteralmente i tre negozietti del villaggio. Ci vendono praticamente tutto ciò che hanno. Passeggiamo il lungo e in largo, dividendoci in piccoli gruppi. Parliamo con la gente. Alcuni sono gli ultimi eredi (un po’ misti, ormai) degli indiani Kaweskar, gli stessi che Darwin incontrò e trattò da selvaggi. Un’altra epoca, é certo!
La proprietaria della trattoria ci serve un’ottima cena di carne: che voglia ne avevamo! Poi ci mostra un quaderno con le dediche e le foto delle barche a vela che sono passate da Puerto Eden negli ultimi 20 anni. Quasi tutte sono passate a cena da lei! Ne riconosco alcune conosciute francesi, inglesi, svizzere, statounitensi. Un paio italiane, anche.
Poi ci vende degli oggetti fatti da lei intagliando il legno nelle lunghe giornate invernali.
Le chiedo se il tempo ogni tanto migliora, se esce il sole e smette di piovere. “Ogni tanto…”, mi dice… “Sì, ogni tanto smette…”

Caleta Connor. All’ancora.

venerdì 23 febbraio 2007

45 nodi. Da Nord, di poppa, per fortuna. Abbiamo avuto diritto ai nostri primi 45 nodi di vento teso. Proprio quando pensavamo di essere al riparo da una burrasca, perché all’interno dei canali ci sembrava che le alte montagne potessero riparaci almeno un po’, ci siamo raccattati questo colpo di vento che abbiamo gestito con la trinchetta sola, che ci spingeva a oltre 9 nodi con punte a oltre 11 nodi sotto raffica.

Partiti da Caleta Ideal con tempo piovoso e vento fresco, abbiamo subito incontrato onda forte da Nord e dovuto bolinare per una ventina di minuti per evitare la Isla Pinguino e un paio di scogli che le stanno a nord. La corrente ci spingeva proprio su di loro. E la scarsa visibilità rendeva difficile valutare la distanza. La batimetrica correva verso l’alto: 180 metri, 150, 100, 60, 40, 37, 20…! Qualcosa non va. La carta elettronica mi dice che sono a oltre 2 miglia a nord del pericolo, ma io lo vedo di fronte e ci sto scarrocciando sopra velocemente.

“Ric, veloce, fammi un punto e dammi il rilevamento del faro della Isla Pinguino e quello di ingresso al Canal messier… rapido!” Grido conscio che nulla era dove doveva essere. E soprattutto Adriatica era nel posto sbagliato, con vento e corrente che la spingevano inesorabilmente contro le rocce.

“Marco, Damiano.. Riduciamo vela a prua. Arrotoliamo il genoa e cazzatelo a ferro. Pronti a virare”.

L’isola si avvicinava. Non più di 600 metri, ad occhio, e l’informazione da Ricardo non arrivava. Mi sembrava un’eternità. La pioggia ci sferzava il viso, siccome Adriatica navigava di bolina verso NE e il vento veniva proprio da nord.

In quel momento Ricardo caccia fuori la testa: “170° per l’ingresso al canale e 130° il rilevamento dell’isolotto” “No!, non é possibile. Ric c’é un errore. 170° e vado diretto sull’isola…!” “Te lo giuro!, Ho fatto i calcoli due volte. 170° per il canale…” “Ric, puta madre!, Rifai quei maledetti calcoli, qualcosa non torna…

C’è un errore da qualche parte.” Gli grido.

Intanto Adriatica stringe il vento a 8 nodi e sfila i primi scogli a non più di 100 metri, spumosi e neri. Intravedo le lunghe frange di kelp, l’alga che cresce sulle rocce nei punti di maggior corrente. Immagino la chiglia di Adriatica che sfiora i lunghi rami marroni e rossi.

Damiano e Marco sono tesi come me, intuendo che qualcosa non va… Si, ma cosa? Dov’é questa maledetta entrata del Canal Messier? Il vento intanto é già a oltre 25 nodi reali e noi lo percepimo a oltre 30 di apparente, con l’angolo che facciamo..

“Fil,” mi grida Ric cacciando fuori la sua testona coperta dal berretto rosso di lana, “c’é un errore anche nella carta cilena. Oltre 2 miglia a sud est. Siamo troppo a sud. Il radar lo conferma!” Mi sembrava… Con la rotta che mi indicava Ricardo, inconsapevole, ci saremmo sfracellati direttamente sulle rocce dell’Isola Pinguino, confondendo una grossa ansa senza uscita sulla sua destra con l’ingresso del canale. Nella mia testa gli oggetti che intravedo al radar, purtroppo mascherati dai forti disturbi dovuti alla pioggia, prendono il loro giusto posto. Faccio memoria della carta che ho osservato attentamente prima di partire, come faccio di solito, non fidandomi di quella elettronica. Ripasso i riferimenti che mi sono preso: punte, isolotti, fanali… Mi oriento meglio con la bussola e mi situo mentalmente su questa carta “virtuale” che esiste nella mia testa. Posso poggiare un po’, 20 gradi. Siamo riusciti a scapolare il pericolo. La bruma riduce la visibilità a poche centinaia di metri, ma so.. sento…
che posso poggiare. No odo più il ruggito delle onde sottovento. Ora é il vento a fischiare nell’attrezzatura. Mi aiuto con il motore a cavarmi dall’impiccio.

“Ok, poggiamo altri 30 gradi. Allargate un po’ il genoa e lo apriamo un po’ di più. Stiamo entrando nel canale.” Chiedo ai ragazzi.

Marco e Damiano sono utilissimi in queste situazioni, sia per la prontezza di riflessi dovuta alla buona esperienza nonostante la giovane età, che all’istinto nautico, innato in entrambi.

Adriatica si infila come una saetta nel Canale Messier, lungo oltre 70 miglia e orientato nord/sud, cosa che permette al vento di incanalarsi e al fetch di fare montare l’onda che presto raggiungerà i 2 metri. Di poppa, per fortuna.

La nostra barca rossa fila a 8, 9 nodi. Decido di sostituire il Genoa, già in parte arrotolato e che tira troppo in alto e sottopone lo strallo a un lavoro ingrato, con la trinchetta. La superficie é praticamente identica, ma il punto in cui agiscono le forze é molto più basso e le volanti, che sono armate e pronte all’uso, si tendono nervose nel trattenere l’albero verso poppa.

Il vento forza. Siamo costantemente al di sopra dei 30 nodi di reale.

Anzi, più spesso siamo vicini ai 40. Adriatica vola. L’onda forte fa faticare il pilota automatico che tende a straorzare. Per questo ci alterniamo al timone con turni di mezz’ora, a causa del freddo alle mani.

Ricardo ci fa da navigatore, all’interno. Mariella e Emilio si azzardano fuori, imbacuccati fino alla punta del naso, ma confinati da un mio ordine perentorio nel pozzetto, senza possibilità di uscirne. Del resto… per andare dove!

Le montagne e i fiordi laterali scivolano veloci accanto a noi, a poche centinaia di metri, anche se a volte fatichiamo a vederli nella fitta cortina di pioggia.

Continuiamo così per 4 ore. Poi, la caletta che ho scelto per ripararci, si avvicina sulla sinistra, con l’ingresso protetto dall’Isola Middle, ma con uno scoglio affiorante giusto davanti all’entrata. Ci roviniamo la vista cercandolo. Il timore é che non sia nel posto indicato dalla carta, cosa probabile, visto che nulla di ciò che vediamo é dove lo indicano le carte…

Infatti non riusciamo a individuarlo, ma mi tengo in sicurezza, vicino alla costa orientale del canale. La caletta Connor é a poche centinaia di metri da noi, 30 gradi a sinistra. E’ una caletta protetta, ben profonda, con un fondale lineare di sabbia e fango e un fiume che sgorga sul fondo, tra le ripide pareti delle vicine montagne.

Mi metto al vento per ammainare la trinchetta che sbatte sciaffeggiando Fernando due volte sul viso. In tre riescono ad averne ragione e in 30 secondi é ammainata e legata. Poggio leggermente e scapolo la punta di ingresso. L’entrata non supera i 150 metri di larghezza. La pressione del vento inclina la barca di 15 gradi nonostante siamo senza vele. Poi, di colpo, la calma assoluta. Non più vento ne onda. Acqua verde e calma come in una laguna. Le sponde boscose di questo golfo rotondo ci accolgono silenziose. Si!, all’improvviso il silenzio. Ci rendiamo conto di che frastuono facciano vento e mare in burrasca.

Faccio un giro di perlustrazione e decido il mio ancoraggio. Sento l’odore del sottobosco umido e dell’acqua dolce. Percepisco la tensione nel mio corpo che scompare. I volti di tutti si rallegrano e compaiono i primi sorrisi.

“Fondo! 50 metri e gommone in acqua. Pronti a legare la poppa.” In pochi minuti Adriatica é ancorata con la prua verso il centro della rada e la poppa legata da due lunghe cime a una roccia e un albero.

Tea time! Tra commenti allegri, la meraviglia per lo spettacolo della natura e la ritrovata calma a bordo la tensione si smorza. Tutti si rilassano. Anch’io. Sebbene non sia stata una situazione di pericolo, il fatto di navigare in un mare dove la metà degli scogli non sono indicati mette un po’ di pressione… per così dire.

Faccio gli ultimi controlli e ci organizziamo per la sosta. La natura é proprio bella.

Domani sarà navigazione, o no? Secondo la meteo é in arrivo una nuova burrasca. La decisione la prenderò domattina.

Albatros in partenza da Puerto Chacabuco

mercoledì 21 febbraio 2007

Partenza all’alba da Puerto Chacabuco, direzione oceano! L’unico tratto in cui Adriatica navigherà lontano dai fiordi del Cile.
Siamo tutti un po’ tesi, abituati alla tranquillità  dei fiordi che ci proteggono dal mare aperto, ci prepariamo ad affrontare l’oceano. Compaiono discreti, dietro gli orecchi di alcuni di noi, i primi cerotti per il mal di mare, altri preferiscono non prendere nulla. E’ forse per mettersi un po’ alla prova o giù  lupi di mare ben temprati. Dopo alcune ore di navigazione i fiordi iniziano ad allargarsi, compaiono in massa i primi uccelli marini, i grandi albatri che s’involano dopo una lunga e spesso goffa corsa sull’acqua: siamo tutti meravigliati e felici.
Emilio prepara la sua macchina fotografica, soprannominata licenziosamente “il cannone”, Alessandro con il suo capello da pirata tiene sempre alto il morale di tutti, Elisa ed io, con i nostri binocoli, cerchiamo di non perderci niente della fauna che ci circonda.

Una virata a sinistra ed ecco il Pacifico davanti a noi: i fiordi non ci proteggono più.
Adriatica supera uno scoglio abitato da una colonia di “lobo” leoni marini e di cormorani imperiali e si allontana dalla costa cilena, mantenendo la prua verso sud. L’oceano è grigio, scuro, profondo con un’onda lunga che ci fa continuamente ballare e subito Emilio ed io ci assicuriamo con delle imbracature a prua per avere l’orizzonte libero alla vista e per cercare un po’ di silenzio dal persistente rumore del motore sempre acceso in navigazione; Emilio ne approfitta per
fotografare gli albatri (Diomedea sp.) e gli skua (Macronectes giganteus), grandi uccelli simili agli albatri, che incrociano la nostra rotta, mentre l’equipaggio si divide tra i turni al timone e le cuccette per riposarsi. Basta un po’ di onda e tutte le attività  in barca diventano difficili: pranzare, farsi un tazza di caffè, anche andare in bagno, ma ci si adegua volentieri e anche un piccolo disagio
diventa una esperienza stimolante.

Nel primo pomeriggio in barca regna il silenzio, tranne il rumore del motore ovviamente! Le conversazioni lasciano spazio alla stanchezza e a momenti di riflessione davanti alla imponente bellezza di questo oceano che affascina e chiede rispetto.
Filippo ci regala una calda, frugale e supergradita cena a base di ragù e pur che tutti apprezzano prima di coricarsi: tutti tranne gli irriducibili marinai che a turno navigheranno tutta la notte.