Notte a Puerto Eden

Ieri sera siamo arrivati a Puerto Eden dove abbiamo passato la notte in rada. Appena svegli sbarchiamo per un giro veloce in questo isolato e particolare paesino. Ci sono poche persone attorno al molo e lavorano tutte. Una famiglia scarica cholgas affumicate (mitili seccati ed affumicati) da un’imbarcazione gialla e rossa, a turno tutti danno una mano, anche un bimbo che avrà circa tre anni. Una seconda famiglia prepara la legna per scaldare la casa: il padre riduce i tronchi in ciocchi con la motosega, la madre, almeno così ci sembra, taglia con energici colpi di accetta i ciocchi in pezzi più piccoli e le due figlie si alternano nel trasportare la legna in casa e sistemarla al riparo dalla pioggia. Casette in legno e lamiere, dall’aspetto fatiscente, si susseguono lungo la costa: non esistono strade ma solo un dedalo di passerelle in legno che collega i diversi gruppi di case disseminati tra le varie baie dell’isola, separate da piccole colline. Poco più di due chilometri di passeggiata, su assi rese scivolose dall’umidità costante, ed abbiamo già  visto tutto l’abitato, la collina tappezzata da numerosissime specie di muschi, il mirador (punto panoramico), la chiesa, la scuola, il comando dei carabinieri, tre piccole drogherie (che in realtà  vendono un po’ di tutto) e l’ufficio postale.
La gente ci ferma, esce dalle case e ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa, pane, pesce, artigianato locale. Noi prendiamo tutto: abbiamo la sensazione che i nostri soldi qui siano ben spesi. Il tempo di scattare un po’ di foto, immortalare un martin pescatore, scambiare due chiacchiere con le accoglienti persone del posto ed ora di ripartire. La nostra meta vedere un ghiacciaio scendere fino al mare, all’interno dei fiordi. Il miglior candidato si trova al termine del Seno Eyre e puntiamo verso sud nella speranza di raggiungerlo. Sono le 13.30, Ricardo comunica alla Capitaneria di Puerto Eden la nostra partenza, la prossima tappa e salpiamo.

Il forte vento e la lluvia (pioggia), frequente in questi luoghi, ci accompagnano.
Non facciamo a tempo ad asciugare le cerate che sono nuovamente bagnate. Ci rendiamo conto di aver percorso molte miglia guardando il paesaggio dei canali in cui navighiamo. La vegetazione più rada, gli alberi pi  bassi, gli arbusti più  frequenti, le rocce più dolci e smussate. Sembrano e sono levigate dallo scioglimento dei ghiacciai. Domina sopra tutti un albero simile al faggio: l’abbiamo già incontrato a Chil  ma l era raro. Procedendo verso sud l’abbiamo visto diventare via via più  frequente e adesso caratterizza il paesaggio. Assomiglia ai nostri faggi e anche Darwin pensava appartenesse al genere Fagus. Fu così  che chi, nello studiarne con cura la sistematica, si accorse che un faggio non era per sottolinearne la diversità  lo chiamò Nothofagus: un nome che la “latinizzazione” della frase inglese “not a fagus”!
Anche la temperatura è scesa e ci imbottiamo di pile e maglioni. Stiamo preparando un tea per riscaldare noi e l’equipaggio, quando Andrea ci chiama con fare concitato gridando “Delfini! Ci sono i delfini!” Io, già con la macchina fotografica in mano, salto fuori in coperta, il vento è forte. La pioggia ed il freddo non ci frenano, non c’è  tempo per mettere le cerate. Le pinne nere che erano  in lontananza ora puntano verso di noi. Qualche secondo e 5 o 6 delfini sono sotto la prua di Adriatica a surfare l’onda che si forma. Torno dentro per chiamare Elisa, Ale ed i prof, tutti escono a godersi quest’ennesima meraviglia. Siamo a prua con lo sguardo sotto la chiglia, emozionati, increduli, frementi. I delfini sono vicinissimi, ci sembra quasi di poterli toccare sporgendoci un po’. Sono dei lagenorinchi australi (Laginorhynchus australis) una specie di cetaceo che vive solo in queste acque, nella Patagonia meridionale, la punta dell’America del Sud. Sono meravigliosi, sembra si stiano esibendo per noi, si avvitano, scendono, si toccano tra loro, cambiano repentinamente direzione e velocità. Sono potenti, eleganti e padroni di ogni movimento E’ davvero affascinante poterli osservare da cos  vicino. Noi siamo gioiosi ed alterniamo momenti di immobilità  con occhi spalancati sulle danze dei delfini a tempeste di foto e video. I lagenorinchi ci prendono gusto e noi siamo infreddoliti e bagnati. Il tempo di mettere la cerata e subito fuori per non perdere nemmeno un minuto dello spettacolo offertoci. Ancora 15 minuti e i delfini trovano altre occupazioni. Si allontanano da Adriatica in gruppo compatto, senza esitazioni. Chissà cosa avranno visto o sentito. Noi abbiamo ricevuto ancora una volta un grande regalo da questo mare generoso e prodigo di emozioni.

Il vento rinforza e il comandante, Filippo, decide per una sosta in una piccola caletta per passare la notte. Il progetto iniziale di raggiungere il Seno Eyre è sfumato, le condizioni meteo non ce lo permettono, ma abbiamo altre alternative più a sud, e tanta speranza!

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