Archivio di marzo 2007

Rotta negata verso l’Atlantico

sabato 24 marzo 2007

L’Atlantico ci ha rifiutato l’ingresso, stanotte.

Alle 21:30 ho rivolto la prua di Adriatica a nord per entrare a Bahia Aguirre e dare fondo a Puerto Espagnol, 20 miglia a ovest dello Stretto di Le Maire, che tra la punta orientale della Terra del Fuoco e l’Isola degli stati ci dà accesso all’Atlantico. Si tratta di uno degli stretti più difficili da attraversare. La corrente cambia ogni 6 ore e raggiunge i 6 nodi di velocità, che quando sono contrari alla direzione del vento alza un’onda infernale. Uno skipper di ushuaia ci raccontava di averlo percorso frequentemente e raramente averlo trovato calmo. Gli era successo che le onde fossero così ripide che a poppa della sua barca aveva dei baratri di 5 o 6 metri di vuoto di cui non vedeva veramente il fondo dalla posizione di timoniere.
A Adriatica ieri sera é stato rifiutato l’accesso. 35 nodi di vento forte da Nord contro la direzione del mare e sebbene avessimo 2 mani di terzarolo e la trinchetta non si riusciva a navigare in sicurezza.

Riproviamo ora. Il vento é girato a sud-ovest e ci spinge. L’onda é abbastanza alta, ma ancora non ripida. Proviamo a forzare il passo. Una nuova, forte perturbazione sta per giungere in questa zona e se non passiamo oggi stiamo fermi almeno 3 giorni.

I ragazzi a bordo stanno bene. Un altro amico argentino, Martin, titolare di un cantiere nautico e buon navigatore, ci é venuto in supporto per questa tappa oceanica che richiede braccia. E poi, dopo 5 mesi di navigazioni continue anche noi iniziamo ad essere un po’ stanchi, fisicamente.

Il mare é grigio, uniforme, pieno di bianca spuma che rompe dalle creste sferzate dal vento, piuttosto regolare. Bello. Grande.
Ormai le giornate sono lunghe come le notti. L’equinozio é passato da pochi giorni.

Abbiamo vissuto una magnifica esperienza nelle acque del Sud, ma ora i ragazzi iniziano a cantare canzoni brasiliane e a fantasticare su bibite e ragazze. Bisogna proprio che li porti un po’ più su, verso il caldo, a fare dei bagni e a vivere in bermuda. Del resto anche Darwin passò un bel periodo in Brasile, no?

Canal Beagle

martedì 20 marzo 2007

E’ l’alba sul Canal Beagle. Le cime dei monti, già piene di neve per le prime nevicate autunnali si colorano di rosa e giallo colpite dai raggi del primo sole che giungono da est, orizzonte chiaro e pulito.

Ieri é stata la nostra prima giornata in una cittadina degna di questo nome da P.to Natales, 10 giorni fa. Non per tutti, però. Damiano, Marco e Fernando non hanno ancora messo piede a terra. Prima bisogna sistemare la barca, risolvere i problemi e pulire tutto. Solo quando tutto sarà a posto, stasera credo, i ragazzi potranno scendere e avere due giornate “Off”, libere. Unica concessione al divertimento, dopo cena, una specie di gara a ‘chi riconosce prima’ le canzoni del ricco I-Pod di Andrea, nuovo imbarcato.

Ieri Ricardo é partito in missione speciale. La lista delle spese tecniche in tasca: un nuovo mezzo marinaio, un nuovo gancio per la cima di ritenuta della catena dell’ancora, un atelier di saldatura che possa rifarci la placca di inox che si é rotta sull’albero, due bombole di gas da caricare, e altre varie cosette.
Io ho risolto i problemi burocratici, ho cambiato i soldi, sono andato con Valerio Sbordoni e i sui alunni di dottorato a trovare un eminente archeologo argentino che ci ha raccontato molte cose sugli indios Ona e Alakaluf e sulla loro storia. Poi una visita al museo Selk’nam (Ona), piccolo ma molto ben organizzato.

I romani sono ormai sbarcati e a bordo salgono altri tre membri dell’equipaggio che ci aiuteranno a compiere la difficile risalita del sud Atlantico verso la Penisola Valdes e poi Mar del Plata: Riccardo e Andrea, di Rosignano e Martin, un altro argentino. Resteranno con noi solo una quindicina di giorni, ma saranno un aiuto prezioso per Adriatica. Per qualche giorno si fermerà anche Gianluca, il VpC mio grande amico che ha già navigato con noi durante la Rotta Rossa.
L’odore del caffé si diffonde per la barca. Damiano ha messo il pane fatto in casa (anzi in barca) a tostare. Marmellate, miele, yaghourt…
la tavola della colazione si riempie. Norah Jones diffonde le sue parole leggere attraverso le casse dello stereo. Tutti si alzano, uno alla volta. Adriatica si anima.
Piccolo breafing per organizzare i lavori della giornata. Ognuno ha un suo compito. Prima si finisce e prima si va a terra. Sperando che non entri un’altra burrasca che ci costringe a stare a bordo a curare la barca che tira sulla catena e sulle cime delle tre ancore date fondo 60 metri a prua, con 40 gradi di differenza angolare.

Sul pontile di fronte a noi, dove non possiamo attraccare causa il pescaggio, ci sono diverse barche di giramondo o skipper che lavorano in questa zona. Ieri ho bevuto un caffé con Steve, un americano che comprò una bella goletta in acciaio di una ventina di metri in olanda un paio di anni fà, poi partì con 4 persone di equipaggio per le canarie, Cape Town, la Nuova Zelanda. 7 mesi di lavori per sistemare la sua barca e ora é quì a Ushuaia. Domani parte per Buenos Aires. Forse ci reincontreremo in quella zona. O in Brasile.
C’é anche un italiano, Antonio, con uno sloop targato Roma. Lavora qui da qualche anno, facendo charter. Poi svizzeri, francesi, neozelandesi, inglesi, argentini, olandesi, austriaci, tedeschi… un vero melange di paesi. Più di 50 barche in rada. Tutti uniti dalla passione per il mare e dal lungo viaggio per arrivare fin qui con la propria barca. Ci si incontra in paese, in un bar, o per strada e ci si riconosce al volo. Un sorriso, due chiacchiere per sapere qualcosa di sè o per scambiare informazioni.
Norah Jones continua a cantare.
Adriatica continua a vivere.

Arrivo ad Ushuaia Argentina

domenica 18 marzo 2007

Ushuaia! Ushuaia! Ci siamo!
alle 10 e 25 ora locale argentina gettiamo l’ancora nella rada davanti a Ushuaia, tappa australe di Adriatica. Alcuni amici italiani sono già in pontile e ci aspettano. Un messaggino di Gianluca, grande amico mio e di Adriatica che ha già navigato a bordo durante una tappa della Rotta Rossa, dalle Canarie a Capo Verde, mi annuncia che anche Riccardo e Andrea, che arrivano da Rosignano, sono con lui. Gianluca é quì solo in vacanza, ma non si sarebbe perso l’incontro con noi per nulla al mondo.
Ushuaia! Ushuaia! Finalmente.
La fatica passa di colpo. Un urrà riempie le bocche dell’equipaggio e si perde nel vento! Sorrisi, risate, abbracci… Ci siamo… ci siamo!
Non abbiamo realizzato un’impresa sovraumana. Non abbiamo patito le pene dei naviganti del seicento e del settecento. Non siamo rimasti ’scollegati’ dal nostro mondo per mesi e mesi. Sì, però, abbiamo percorso 16.000 miglia (30.000 chilometri) di cui due terzi in tappe di altura oceanica e un terzo all’interno di canali reputati tra i più pericolosi del mondo, dove a nessuna nave é concesso avventurarsi senza la presenza a bordo di un ‘Pilota’ locale.
Sì, siamo rimasti isolati da ogni altro essere vivente per giorni, alla mercé degli elementi della natura, vi assicuro spesso scatenati. Sì, abbiamo saputo gestire la navigazione, la vita di bordo, la meteo, il freddo, la pioggia e le giornate dei nostri ospiti scientifici, al meglio. E di questo il merito va sopratutto al mio equipaggio: Ricardo, Marcone, Fernando e Damiano, Emanuel e Andrea.

Ushuaia non é la fine del nostro viaggio. Mancano ancora 8.000 miglia fino al ritorno a casa. Dobbiamo ancora risalire lungo la costa della Patagonia Argentina, costa senza porti ne ripari, spazzata da venti furiosi e improvvisi Pamperos (groppi temporaleschi di grande diametro con venti fino a 100 nodi). Dobbiamo toccare i porti di Puerto Madryn, Mar del Plata, Puerto Seguro, Florianopolis, Praia do Rey, Rio de Janeiro e poi Cabo verde, Canarie, Gibilterra, Baleari, Sardegna e Napoli, probabile nostro arrivo a luglio 2007.
Resta da risalire completamente l’Oceano Atlantico e non é cosa da poco. Un’altra traversata, in parte controvento. Ci restano altri incontri e conoscenze. Altri scienziati, professori, alunni. Patrizio e Syusy saranno ancora a bordo di Adriatica e navigheranno ancora con noi.
Ancora 3 mesi di avventure in giro per il mondo.
Il vento sale, mentre scrivo. 30, 35 nodi. Un groppo all’orizzonte. Improvvisamente 40 nodi. La barca tira sull’ancora. Un colpo secco.
Corro fuori anch’io, la cerata infilata alla meglio… (intanto la radio avvisa: ‘Securité, securité, securité. Aquì Ushuaia Radio, Lima Tres Papa. Transito maritimo nel puerto de Ushuaia cerrado asta nuevo aviso por causa meteo’.)

25 minuti dopo. 12:55 LT.
Ci siamo presi un bel benvenuto. Qui a Ushuaia. Un groppo forte ha soffiato a 50 nodi con raffiche a 56 nodi. Ho acceso il motore di Adriatica e ho dato macchina avanti a 1.000 giri per evitare all’ancora di arare, cioé di scorrere sul fondo. In un attimo l’apocalisse. Damiano a prua mi chiama. La sicurezza che mettiamo solitamente sulla catena dell’ancora, un cavo di 16 mm di diametro a cui é agganciato un gancio di metallo che aggrappa una delle maglie della catena é saltato per aria
come una molla ed é finito in acqua. La catena dell’ancora principale ha cominciato a slittare sul salpa ancora. La seconda ancora ha un angolo inadatto a lavorare, siccome é stata filata per proteggerci dal vento di nord ovest. Il groppo arriva da sud ovest e spinge, spinge, spinge Adriatica verso il grosso molo di poppa, dov’è ormeggiata la grossa nave da crociera Norvegian Crown. Anche Ricardo é fuori, ora.
Damiano fila 10 metri di catena e io gli faccio sopra un nodo di bozza con il moncone di cima della sicurezza e la aggancio a una galloccia per evitare che nuovamente la catena lavori sul meccanismo del salpa ancora rompendolo. Grido a Damiano e Ric di preparare la terza ancora, la più pesante. In emergenza possiamo calarla a prua per rallentare la deriva della barca. E se il vento scende un po’ andremo con il gommone a posizionarla a 40 gradi dalla principale, per raddoppiare la tenuta. Il motore continua a lavorare da solo in marcia avanti e alleggerisce la pressione del vento. Adriatica naviga tirando bordi di bolina sulla sua catena. 40 metri a sinistra e 40 metri a dritta. Fisso la ruota del timone che gira impazzita per la pressione dell’acqua. La corrente é talmente forte che leggo 3 nodi di velogità al solcometro. Uno spavento ulteriore: il profondimetro indica 4 metri! Caspita! Tocciamo sul fondo!… Fisso i miei riferimenti a terra. No, non é possibile. Siamo sempre nello stesso posto. Allora la giustificazione si fa strada nella mia mente: le turbolenze dell’acqua agitata dal vento creano dei falsi eco e la sonda non misura più la realtà. Improvvisamente grandina. Non riesco a tenere gli occhi aperti. Non riusciamo più a guardare a prua.
Lavoriamo tutti girati di spalle al vento. Metto gli occhiali da sole. Non vedo bene, ma almeno tengo gli occhi aperti.
grido Damiano corre verso di me, a poppa. Si lancia nel gommone, pieno a metà di acqua e pallini di grandine galleggianti.
Arriva anche Marco a dar manforte.
Ho le mani gelate. Senza guanti non le sento più. Le ritiro all’interno delle maniche della cerata cercando un po’ di sollievo. Mi pungono dal freddo.
Damiano é bagnato fino alle ossa, ma tiene duro. Accende il motore del tender. Salgo a bordo e ci facciamo scorrere lungo la fiancata della barca. Le onde di prua saranno già più di mezzo metro e imbarchiamo acqua, ma non possiamo fermarci. Il vento é sceso a 35 nodi, 30 forse.
Dobbiamo approfittarne per andare a dare fondo alla terza, maledetta ancora. O benedetta….
Sulla fiancata di sinistra, all’altezza della prua, Ric e Marco ci calano i 50 chili della salvezza. Non so più dov’é Adriatica. Intendo dire che non so più se stiamo scarrocciando, te teniamo la posizione o che altro. Non vedo a più di 5 metri. L’ancora é a bordo. Damiano dà motore e ci allontaniamo verso sinistra, 30, 40… poi 50 metri. Non c’é più tempo. Il vento aumenta ancora. Getto letteralmente la pesante CQR (é il tipo di ancora) in acqua e lei si inghiotte la cima bianca in un
attimo. Faccio segno a bordo di recuperare la cima e al mio compagno che possiamo rientrare. Accostiamo Adriatica, o meglio, gli andiamo a sbattere contro spinti dal vento e agganciamo il tender a una drizza, per sollevarlo dall’acqua che lo sta ormai riempiendo fino all’orlo. Se ne occupano i ragazzi. Io torno a poppa a verificare la posizione. Ok, tutto bene. Siamo sempre al centro del cerchio d’allarme disegnato sul plotter. Ora il vento può soffiare. Con tre ancore non ci muove più.
Tolgo potenza al motore, ma lo lascio ancora acceso per sicurezza. Damiano controlla la prua. Io controllo la poppa. Cinque minuti. Possiamo rientrare. La barca dentro é calda. Le mie mani ne hanno bisogno, come quelle di tutti.
Un piccolo squarcio nelle nuvole ci mostrano le cime innevate delle montagne accanto a noi. Mezz’ora fà erano verdi.
Benvenuti a Ushuaia. La città più australe del mondo.
Tra 3 giorni inizia l’autunno. Oggi il primo avviso: occhio, ragazzi.
Quì non é un gioco la navigazione.

Bloccati dal vento nella caletta di Puerto Profundo

lunedì 12 marzo 2007

Ho iniziato a scrivere questa terza parte del mio “diario” il 9 Marzo 2007, ma poi tra impegni con la telecamera, la barca, salvare Metropolis da Lex Luthor, e il computer occupato ho dovuto rimandare.
Oggi è il 12 Marzo.
Dopo una navigazione tra posti affascinanti, dopo aver visto delfini giocare con la prua della barca, leoni marini, condor, incontro di correnti, remolini, ghiacciai e una vegetazione fantastica, siamo
arrivati a Puerto Natales. Abbiamo salutato i fantastici ragazzi di Padova: Emilio, Elisa, Andrea, Alessandro (detto El Trauco), e l’equipaggio ha cominciato a controllare e risistemare la barca.
Durante questa sosta abbiamo fatto una bellissima gita, con telecamera, a Los Torres del Paine, un posto davvero unico! L’8 sera abbiamo imbarcato i romani e dopo qualche ritardo imprevisto siamo finalmente partiti. Il sole che ci aveva baciati per qualche ora alla partenza da Melinka e abbiamo ritrovato solo qualche giorno nella sosta a Puerto Natales, ci ha nuovamente abbandonati, per la solita pioggia e vento forte, costante unica e sicura durante tutta la navigazione.
Ora siamo ancorati a Puerto Profundo, bloccati qui da un vento che dentro questa caletta tira a 40 nodi. Immaginatevi fuori nei canali cileni, e in oceano dove noi dobbiamo passare per un tratto. Filippo ha ancorato Adriatica dando 75 metri di catena e con 5 cime a terra per tenerla ferma e sicura!!

Ma parlando di me, dove ero rimasto… a si! La mia gavetta sui set cinematografici.
Ho conosciuto molte persone, di tutti i tipi, alcune davvero splendide e sono nate anche alcune amicizie. Durante quegli anni e durante la scuola ho realizzato anche dei cortometraggi e dei documentari, sfruttando e utilizzando come pubblico di prova e attore principale mio fratello gemello e i miei amici.
Ah!! Spero non me ne voglia, ho dimenticato di dire che ho un fratello gemello, Marco, che mi ha aiutato sempre e mi ha consigliato su tutto, dandomi spesso ottime idee. Per non fare torti dico anche che ho un fratello maggiore, Italo, finanziatore in parte di alcune mie “realizzazioni”, non oso chiamarle opere. Ho fatto varie esperienze come assistente alla regia, aiuto regista, regista, macchinista, operatore, direttore della fotografia, all’estero e in Italia. Diciamo che ho fatto di tutto per poter stare sul set e carpirne i “segreti”. Grazie alla mia testardaggine sono andato avanti, anche in momenti quando altri avrebbero rinunciato, ed è stata abbastanza dura.
Dai set poi, che non presentavano più tante possibilità lavorative, sono passato alla TV, più precisamente a Rai Edu, dove ho fatto delle esperienze molto utili e dove ho conosciuto persone uniche, tra cui Patrizio. Da là, a Velisti per Caso, a finire sulla barca, il passo è stato breve o quasi.
Così il mio viaggio è cominciato.
Ed ora banda di smidollati!
Su la Randa!
Tre mani di terzaroli!
Aprite il Genoa!
Su la Trinchetta!
Cazzate la gomena e tutto ciò che c’è da cazzare!
Corpi di mille balene!!!
AVANTI TUTTA!!
e buon vento a tutti!
Alla prossima.
(A proposito, ieri sera il capitano Filippo ha fatto il pollo al forno con le patate.)