Archivio di maggio 2007

Costa orientale dell’ Africa ed Madagascar

sabato 26 maggio 2007

Buonasera dal forno Adriatica, come potete intuire, qui fa calduccio. La nostra posizione attuale è 6°46′ N 17° 48′ W, sarebbe a dire poco a sud ovest della Sierra Leone e della Liberia, procediamo a motore con randa al centro svogliata e sbatacchiante. Siamo entrati nella famigerata Zona di Interconvergenza Tropicale, caldo umido ed appiccicoso, mal sopportabile da qualsiasi essere umano, ho infatti appurato che anche gli africani si lamentano assai del troppo caldo, ne più e ne meno come noi delle calde giornate estive.

All’equatore abbiamo brindato con del vino rosso e l’organismo lo ha accettato male, il giorno dopo avevamo tutti un leggero mal di testa ed io anche una nausea galoppante, malessere che ho scacciato a furia di secchiate d’ acqua di mare in testa. Penso che i prossimi brindisi saranno all’arrivo in Italia, almeno lì si gioca in casa. Gloria all’Aulin e sia lodata l’ Alka Seltzer.
In vicinanza della costa africana, bisognerà tenere gli occhi bene aperti ai pescherecci ed alle barche da pesca, molte delle quali vanno in giro senza luci, essendo per la maggior parte piroghe a vela. Nelle giornate di calma, capita di trovarle anche parecchio lontano dalla costa, sfruttano le brezze termiche ed escono al pomeriggio inoltrato per rientrare anche dopo due o tre giorni con la brezza di mare. Ho avuto il piacere di osservare le loro imbarcazioni e di fare amicizia con questi marinai d’ altri tempi e non posso fare a meno di ammirarli.

Nella costa orientale dell’ Africa ed in Madagascar, si avventurano in mare con delle piroghe a bilanciere, lo scafo centrale scavato in un tronco unico. Le più belle e finemente costruite le ho viste in Madagascar e ne ho posseduta una per qualche mese, lo scafo era di legno di mango, aveva poi un bordo libero rialzato con delle tavole in fasciame di legno di rosa, due traversi per il bilanciere che, a sua volta, era sagomato ed aveva una linea idrodinamica. Aveva una vela quadra, mantenuta su da due rudimentali aste di legno, che poteva essere ridotta di superficie e diventava triangolare. Si timonava con un remo, lo stesso che si usava per pagaiare, e non era per niente semplice da governare. Nonostante i vari tentativi, non sono mai riuscito a domarla e quella è una sfida che è rimasta aperta fra me e la piroga. La mia fidanzata non era per niente contenta di tale acquisto, soprattutto quando doveva pagaiare, pratica che eseguiva sbraitando e maledicendo il momento che avevo deciso di fornirmi di tale natante. Anche le espressioni dei malgasci che ci vedevano, erano abbastanza incredule. Non credo che avessero visto molti bianchi in giro con una delle loro barche. Ma io la usavo per divertirmi, vicino alla costa, loro ci vanno in mare aperto per dei giorni. Si portano del carbone ed in un punto riparato dal vento, sempre dentro lo scafo principale, sistemano un recipiente in ferro abbastanza capiente e sistemano all’ interno della sabbia. Lì fanno il fuoco che alimentano con il carbone e cucinano i loro pasti frugali, composti perlopiù di riso e pesce.

In Kenya, le piroghe sono più rudimentali ed hanno una vela molto simile alla vela latina dei nostri gozzi liguri . Non stringono bene il vento e, per cercare di farlo al meglio, un membro dell’equipaggio si mette a fare da contrappeso sul bilanciere, operazione non semplicissima, visto che per andare sul bilanciere bisogna camminare sui fini traversi, ed in mare il tutto si muove parecchio. Non possono virare, ma strambano con un elegantissima manovra e ripartono sulle altre mura. Man mano che si allontanano dalla costa, tutte assieme, ricordano delle farfalle. A bordo, dei pescatori perlopiù vestiti di stracci, ci sorridono e ci salutano. Sono sempre gentilissimi, di rado ho trovato qualcuno che non lo fosse e magari aveva le sue buone ragioni.
Andiamo per mare in maniera diversa, ma siamo entrambe marinai. E credo che anche loro siano coscienti del fatto che ci unisce una grande passione: la passione di navigare nell’Oceano.

Brindando all’Equatore

giovedì 24 maggio 2007

Arrivederci grande sud.
Non era la prima volta che attraversavo in barca l’equatore, anzi in passato mi era già successo sei volte, tutte in oceano indiano salendo e scendendo in mezzo ai bellissimi atolli maldiviani, ma ieri sentivo che era qualcosa di più significativo per me, quel semplice gesto di attraversare una linea immaginaria aveva un gusto diverso questa volta.
Che siano state le tartine con formaggio di capra e fette di salame di tonno tutto annegato da un buon vino rosso a dare questo gusto diverso? In effetti ieri sera i festeggiamenti sono cominciati un po’ in anticipo, circa dieci miglia prima, ma era un così bel tramonto, con un vento caldo e soave che non abbiamo resistito a prepararci un bel aperitivo, culminato poi con l’immancabile rituale della bottiglia di champagne stappata in onore dell’equatore che ci stavamo ormai lasciando alle spalle.

A parte gli scherzi, questo lungo viaggio intorno al sud america mi ha lasciato tanti bei ricordi e tante emozioni che ora, questa linea immaginaria chiamata equatore, assume un senso particolare, forse perché segna la fine di quel emisfero custode di posti magnifici dove il tempo sembra essersi fermato, i canali cileni, con migliaia di isole ancora inesplorate, la terra del fuoco con la sua cordigliera imponente dalla quale scendono sino al mare ghiacciai millenari, o la Patagonia infinita e deserta, come dimenticare il grande sud.
Ma ora tutto questo e già passato, bisogna pensare a rientrare a casa e leggere nord sul gps è come un ventata di aria fresca, una carica di energia e di stimoli fondamentale dopo aver già percorso 3400 miglia, gli umori tornano allegri, ci si sente già più vicini alla meta.

Pensieri notturni

mercoledì 23 maggio 2007

Scrivo durante il turno di guardia.
Comincia ad essere difficile dormire per il caldo, siamo a 5 gradi Sud, così ho sostituito prima del tempo Andrea, che se ne è andato a letto tutto contento. Il pensiero corre alla mia barca, il Wanderer V, che si trova alla parte opposta dell’Africa, più o meno alla stessa latitudine di quella in cui mi trovo ora.

Dicono che il rapporto di un marinaio con la propria barca sia più o meno come quello che un uomo può avere con una donna. Niente di più vero, si tratta di amori a prima vista, colpi di fulmine, proprio come quelli che proviamo per il gentil sesso. Ciò non vuol dire che tralasciamo le donne, non fraintendiamo, però certo è che la barca prende un grande spazio nel cuore di ogni uomo di mare. Ho imparato ad amarle sin da piccolo, quando stavo per ore a guardare i mastri d’ascia che costruivano i gozzi da pesca. Dopo pranzo, quando i miei genitori riposavano, andavo alla marina e mi sedevo sul muretto ad ammirare quelle piccole opere d’arte prendere forma. Ogni giorno, notavo i cambiamenti. Prima si stendeva la chiglia, poi, piano piano, le ordinate ed il fasciame ed alla fine si tingeva tutto con il minio, di color arancione, che faceva da protezione prima di dare le mani di pittura finali e l’antivegetativa.

La prima barca su cui ho navigato, era uno di questi gozzi, armato con una randa aurica ed un fiocco, tutte e due in cotone. Era di mio padre, ricordo le macchie di ruggine sulle vele e quell’odore intenso di legno intriso di mare. Ricordo le gite all’Asinara con la mia famiglia, spiagge e rocce spettacolari. Negli anni 60, la Sardegna se ne infischiava della Polinesia e delle Maldive, era il paradiso terrestre e mi ritengo assai fortunato ad averla conosciuta così. Ma il passato è passato e lo lasciamo là dove è. Negli anni, ci si abitua ad accettare i cambiamenti senza troppe storie e senza troppi rimpianti, il mondo corre e noi con lui, e non possiamo farci niente. Con la barca, però, si ha la possibilità di trovare dei posti ancora vergini. Mi consola il fatto che ce ne siano ancora, anche se sempre più difficili da trovare. Sono scomodi da raggiungere in altri modi e, via mare, con i propri mezzi ed un po’ di intuizione, ascoltando attentamente altri marinai che hanno navigato più di noi, i paradisi li troviamo ancora.

Adriatica viene da un giro bellissimo, io non ero presente, ma le foto e i video mostratemi da Damiano dello Stretto di Magellano, mi hanno fatto venire l’acquolina in bocca. Affascinato come sono dai tropici, dall’Africa e dall’Asia, voglio prendermi il mio tempo e continuare a navigare per un po’ da quelle parti. Ma con una certezza dentro di me: Lo Stretto di Magellano è lì che mi aspetta, ed io non mancherà all’appuntamento.

La notte dopo
Il vento ha ridondato e viene sempre più da sud. Procediamo al traverso, abbiamo lasciato le vele e la barca sbanda meno, anche la velocità è un po’ calata. Tra un po’, dovremmo iniziare a vedere la Stella polare, che per il momento si trova circa un grado sotto l’orizzonte.
Nell’emisfero Nord, per sapere la propria latitudine, basta misurare l’altezza della stella polare sull’orizzonte. Si può ottenere con l’approssimazione di un grado e con l’ausilio di un sestante, strumento un tempo presente su tutte le imbarcazioni. La determinazione della longitudine, invece, è stata per anni un dilemma e causa di tanti naufragi.
Il cronometro nautico, che ha messo in relazione il tempo ed il movimento degli astri, è stato inventato per questo scopo dagli inglesi ed il primo modello di cronometro si può ancora vedere, perfettamente funzionante, al Greenwich Museum in Inghilterra. La Croce del Sud, invece, si abbassa sempre di più sull’orizzonte e tra un po’, non sarà più visibile. Mentre noi navighiamo, il palcoscenico del cielo cambia i suoi personaggi ed assume un altro aspetto: certe costellazioni compaiono mentre altre si nascondono dietro l’orizzonte, mondi visibili ma infinitamente, incredibilmente lontani. La volta celeste, in mare, lontani dalle luci artificiali delle città, è di una bellezza sconvolgente. Solo qui, infatti si può ammirare per 360 gradi, dall’orizzonte fino allo Zenith senza interruzione, nuvole permettendo.
Un’altra delle tante ragioni per navigare?
Ignazio

Sistemando la randa, direzione Canarie.

domenica 20 maggio 2007

Qua tutto procede bene, a parte i soliti problemi di usura che avvengono nelle lunghe navigazioni.

Oggi, per esempio, abbiamo sostituito la parte terminale di una delle stecche della randa, quella filettata che mette in pressione le stecche una volta che sono nella tasca. La filettatura era spanata a furia di lavorare in pressione e la abbiamo sostituita con una che avevamo di rispetto. Tre persone sono state necessarie per l’operazione, uno sul boma e due in coperta a passare gli attrezzi, stando attenti a non perdere nessuno dei pernetti e dadi che fissano il tutto alla superficie della randa. L’ altro giorno, Damiano è dovuto salire in testa d’ albero per accomodare il bozzellino del tesa balumina che si trova sulla penna dello yankee, la vela di prua. Quando in navigazione si ha un compagno in testa d’ albero, si sta un po’ tutti con il fiato sospeso e si spera che l’ operazione si concluda più in fretta possibile. Non si può credere come si diventi uniti a bordo di una barca se l’equipaggio è quello giusto. E’ anche vero il contrario, se non c’è armonia, a bordo è un vero guaio.

Il maestro Herbert Von Karajan, appassionato velista e direttore di orchestra, soleva dipingere nella poppa delle sue barche una chiave di violino. Diceva che una barca è come un orchestra, se uno strumento stona, ne risente tutta la sinfonia. Si sa che non esiste il marinaio perfetto, ma nei buoni equipaggi, ognuno da il meglio di se stesso senza peraltro competere con gli altri, rendendosi conto che il tuo compagno ha delle qualità che tu non hai e viceversa, solo così si realizzano delle belle esperienze che altrimenti si possono trasformare in un incubo. Spesso si è molto stanchi, la strada da fare e tanta e vengono dei momenti di sconforto. Poi, qualcuno racconta un aneddoto divertente, ci si distrae, si ride e si rivede tutto con più positività.

Molte volte, al tramonto, quasi per tacito accordo, ci si riunisce in pozzetto e si chiacchiera di esperienze di vita vissuta, storie curiose, perlopiù divertenti. Sono dei momenti magici, almeno per me. Quattro esseri umani, nel mezzo dell’ immensità dell’ oceano, che si scambiano le loro emozioni e come mezzo, usano la comunicazione più antica, la conversazione diretta.
Al giorno d’oggi, questo tipo di comunicazione, è un po’ soffocato dalla presenza di telefonini, televisioni e quant’altro, ma non vado avanti per non rischiare di essere additato, un domani, come un troglodita che rifiuta la tecnologia, il che non corrisponde al vero.

IL GIORNO DOPO
Oggi, mentre navigavamo con randa, trinchetta e yankee un po’ avvolto, abbiamo udito un botto. Lo yankee si era svolto da solo, abbiamo tentato di riavvolgerlo con il comando elettrico, ma niente.
Dopo un esame più approfondito, abbiamo appurato che i perni che tengono unito il profilato superiore con quello del tamburo, erano partiti.
Abbiamo dovuto tirare giù la vela per sostituirli e non è stata un operazione semplice, nonostante avessimo delegato la condotta dell’imbarcazione a “El Magnifico”, così chiamiamo il pilota automatico.
Tutti e quattro a prua, usando la randa per rubare il vento al fiocco, abbiamo tirato giù la tela, facendo bene attenzione che non andasse in acqua sotto la barca, fatto che creerebbe grossi problemi nonchè gran pericolo per i membri dell’ equipaggio in manovra.
Tra una cosa e l’altra, l’operazione non è durata più di un ora.
Dopodichè, io sono ritornato alla preparazione del risotto ai funghi e zucchine che avevo dovuto lasciare nel bel mezzo del soffritto di cipolle e sedano.
Adriatica ha ripreso il suo passo. Siamo 600 miglia a Sud dell’equatore e l’entrata nell’emisfero nord significherà, per noi, un primo passo significativo verso l’ arrivo. Cercheremo di fare scalo alle Canarie, più che a Capo Verde. E’ più comodo per noi, i servizi sono migliori che nelle isole al largo del Senegal ed il nostro sarà più che altro un pit-stop per rifornirci di cibo fresco. Così, Andrea la smetterà di rompere l’anima che non può fare la pizza perchè non abbiamo abbastanza farina?
A presto.
Ignazio

Ben arrivato Aliseo

sabato 19 maggio 2007

Erano un paio di giorno che ci trascinavamo a motore senza vento, da quando i deboli venti da nord, creati da una forte perturbazione più a sud di noi, ci avevano lasciato dondolare in un mare calmo sotto un bel sole rovente.
Fa parte del viaggio anche questo, e poi i giorni di calma ci hanno permesso di dedicarci alla barca in maniera più tranquilla e riposata e, cosa molto importante, ci ha permesso di portarci più ad est, nel mezzo di questo grande oceano, proprio alla ricerca di venti più stabili.
E così quello che speravamo, si è materializzato come dal nulla, stavamo attraversando il 25 gradi di meridiano ovest, era l’imbrunire, solo qualche ora prima, il comandante di un grande peschereccio oceanico ci aveva augurato via radio un buon vento, un augurio di quelli veri,sincero, che veniva da una persone che vive in mare e che conosce le difficoltà di questo elemento.

Sembra impossibile o per lo meno poco credibile, ma il vento era arrivato debole ma dalla direzione giusta? …una coincidenza, un caso, o qualcosa di più profondo, non so, ma è buffo pensare a questi strani incontri in pieno oceano, o quasi scontri direi, abbiamo dovuto modificare la rotta per evitare il peschereccio, dopo dieci giorni e più di 1500 miglia senza vedere neanche una nave all’orizzonte.
Il vento la notte si stabilizza sui 8/9 nodi, debole, ma sufficiente per far spegnere definitivamente il motore e lasciare, nel silenzio più totale, Adriatica a fendere la cortina di stelle che si posava sin
sull’orizzonte.
Alle sei di mattina il vento era giù salito a 16/17 nodi, leviamo lo yankee e rimaniamo a randa piena e trinchetta, la velocità è salita a 8 nodi.

Nel pomeriggio il vento gira qualche grado a sud e si stabilizza per E/SE, aumenta sino a 22 nodi, si da una mano di terzaroli alla randa, si poggia e il vento al traverso ci permette di aprire anche lo yankee, ora la barca fila a nove nodi con una rotta di 10 gradi, si risale verso nord finalmente, ecco il vero aliseo!