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	<title>HMS Beagle: diario di bordo &#187; Cile</title>
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	<description>Diario di un'esperienza indimenticabile sulla rotta del brigantino "HMS Beagle" che ospitò Charles Darwin nel corso della sua rivoluzionaria spedizione scientifica.</description>
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		<title>Bloccati dal vento nella caletta di Puerto Profundo</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2007 11:09:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mauro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Adriatica]]></category>
		<category><![CDATA[Cile]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho iniziato a scrivere questa terza parte del mio &#8220;diario&#8221; il 9 Marzo 2007, ma poi tra impegni con la telecamera, la barca, salvare Metropolis da Lex Luthor, e il computer occupato ho dovuto rimandare.
Oggi è il 12 Marzo.
Dopo una navigazione tra posti affascinanti, dopo aver visto delfini giocare con la prua della barca, leoni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho iniziato a scrivere questa terza parte del mio &#8220;diario&#8221; il 9 Marzo 2007, ma poi tra impegni con la telecamera, la barca, salvare Metropolis da Lex Luthor, e il computer occupato ho dovuto rimandare.<br />
Oggi è il 12 Marzo.<br />
Dopo una navigazione tra posti affascinanti, dopo aver visto delfini giocare con la prua della barca, leoni marini, condor, incontro di <a href="http://www.hmsbeagle.it/2006/12/28/langolo-del-marinaio-2/">correnti</a>, remolini, ghiacciai e una vegetazione fantastica, siamo<br />
arrivati a Puerto Natales. Abbiamo salutato i fantastici ragazzi di Padova: Emilio, Elisa, Andrea, Alessandro (detto El Trauco), e l&#8217;equipaggio ha cominciato a controllare e risistemare la barca.<br />
Durante questa sosta abbiamo fatto una bellissima gita, con telecamera, a Los Torres del Paine, un posto davvero unico! L&#8217;8 sera abbiamo imbarcato i romani e dopo qualche ritardo imprevisto siamo finalmente partiti. Il sole che ci aveva baciati per qualche ora alla partenza da Melinka e abbiamo ritrovato solo qualche giorno nella sosta a Puerto Natales, ci ha nuovamente abbandonati, per la solita pioggia e vento forte, costante unica e sicura durante tutta la navigazione.<br />
Ora siamo ancorati a Puerto Profundo, bloccati qui da un vento che dentro questa caletta tira a 40 nodi. Immaginatevi fuori nei canali cileni, e in oceano dove noi dobbiamo passare per un tratto. Filippo ha ancorato Adriatica dando 75 metri di catena e con 5 cime a terra per tenerla ferma e sicura!!</p>
<p>Ma parlando di me, dove ero rimasto&#8230; a si! La mia gavetta sui set cinematografici.<br />
Ho conosciuto molte persone, di tutti i tipi, alcune davvero splendide e sono nate anche alcune amicizie. Durante quegli anni e durante la scuola ho realizzato anche dei cortometraggi e dei documentari, sfruttando e utilizzando come pubblico di prova e attore principale mio fratello gemello e i miei amici.<br />
Ah!! Spero non me ne voglia, ho dimenticato di dire che ho un fratello gemello, Marco, che mi ha aiutato sempre e mi ha consigliato su tutto, dandomi spesso ottime idee. Per non fare torti dico anche che ho un fratello maggiore, Italo, finanziatore in parte di alcune mie &#8220;realizzazioni&#8221;, non oso chiamarle opere. Ho fatto varie esperienze come assistente alla regia, aiuto regista, regista, macchinista, operatore, direttore della fotografia, all&#8217;estero e in Italia. Diciamo che ho fatto di tutto per poter stare sul set e carpirne i &#8220;segreti&#8221;. Grazie alla mia testardaggine sono andato avanti, anche in momenti quando altri avrebbero rinunciato, ed è stata abbastanza dura.<br />
Dai set poi, che non presentavano più tante possibilità lavorative, sono passato alla TV, più precisamente a Rai Edu, dove ho fatto delle esperienze molto utili e dove ho conosciuto persone uniche, tra cui Patrizio. Da là, a Velisti per Caso, a finire sulla barca, il passo è stato breve o quasi.<br />
Così il mio viaggio è cominciato.<br />
Ed ora banda di smidollati!<br />
Su la Randa!<br />
Tre mani di terzaroli!<br />
Aprite il Genoa!<br />
Su la Trinchetta!<br />
Cazzate la gomena e tutto ciò che c&#8217;è da cazzare!<br />
Corpi di mille balene!!!<br />
AVANTI TUTTA!!<br />
e buon vento a tutti!<br />
Alla prossima.<br />
(A proposito, ieri sera il capitano Filippo ha fatto il pollo al forno con le patate.)</p>
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		<title>Notte a Puerto Eden</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Feb 2007 11:26:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filippo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Adriatica]]></category>
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		<description><![CDATA[Ieri sera siamo arrivati a Puerto Eden dove abbiamo passato la notte in rada. Appena svegli sbarchiamo per un giro veloce in questo isolato e particolare paesino. Ci sono poche persone attorno al molo e lavorano tutte. Una famiglia scarica cholgas affumicate (mitili seccati ed affumicati) da un&#8217;imbarcazione gialla e rossa, a turno tutti danno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera siamo arrivati a Puerto Eden dove abbiamo passato la notte in rada. Appena svegli sbarchiamo per un giro veloce in questo isolato e particolare paesino. Ci sono poche persone attorno al molo e lavorano tutte. Una famiglia scarica cholgas affumicate (mitili seccati ed affumicati) da un&#8217;imbarcazione gialla e rossa, a turno tutti danno una mano, anche un bimbo che avrà circa tre anni. Una seconda famiglia prepara la legna per scaldare la casa: il padre riduce i tronchi in ciocchi con la motosega, la madre, almeno così ci sembra, taglia con energici colpi di accetta i ciocchi in pezzi più piccoli e le due figlie si alternano nel trasportare la legna in casa e sistemarla al riparo dalla pioggia. Casette in legno e lamiere, dall&#8217;aspetto fatiscente, si susseguono lungo la costa: non esistono strade ma solo un dedalo di passerelle in legno che collega i diversi gruppi di case disseminati tra le varie baie dell&#8217;isola, separate da piccole colline. Poco più di due chilometri di passeggiata, su assi rese scivolose dall&#8217;umidità costante, ed abbiamo già  visto tutto l&#8217;abitato, la collina tappezzata da numerosissime specie di muschi, il mirador (punto panoramico), la chiesa, la scuola, il comando dei carabinieri, tre piccole drogherie (che in realtà  vendono un po&#8217; di tutto) e l&#8217;ufficio postale.<br />
La gente ci ferma, esce dalle case e ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa, pane, pesce, artigianato locale. Noi prendiamo tutto: abbiamo la sensazione che i nostri soldi qui siano ben spesi. Il tempo di scattare un po&#8217; di foto, immortalare un martin pescatore, scambiare due chiacchiere con le accoglienti persone del posto ed ora di ripartire. La nostra meta vedere un ghiacciaio scendere fino al mare, all&#8217;interno dei fiordi. Il miglior candidato si trova al termine del Seno Eyre e puntiamo verso sud nella speranza di raggiungerlo. Sono le 13.30, Ricardo comunica alla Capitaneria di Puerto Eden la nostra partenza, la prossima tappa e salpiamo.</p>
<p>Il forte vento e la lluvia (pioggia), frequente in questi luoghi, ci accompagnano.<br />
Non facciamo a tempo ad asciugare le cerate che sono nuovamente bagnate. Ci rendiamo conto di aver percorso molte miglia guardando il paesaggio dei canali in cui navighiamo. La vegetazione più rada, gli alberi pi  bassi, gli arbusti più  frequenti, le rocce più dolci e smussate. Sembrano e sono levigate dallo scioglimento dei ghiacciai. Domina sopra tutti un albero simile al faggio: l&#8217;abbiamo già incontrato a Chil  ma l era raro. Procedendo verso sud l&#8217;abbiamo visto diventare via via più  frequente e adesso caratterizza il paesaggio. Assomiglia ai nostri faggi e anche Darwin pensava appartenesse al genere Fagus. Fu così  che chi, nello studiarne con cura la sistematica, si accorse che un faggio non era per sottolinearne la diversità  lo chiamò Nothofagus: un nome che la &#8220;latinizzazione&#8221; della frase inglese &#8220;not a fagus&#8221;!<br />
Anche la temperatura è scesa e ci imbottiamo di pile e maglioni. Stiamo preparando un tea per riscaldare noi e l&#8217;equipaggio, quando Andrea ci chiama con fare concitato gridando &#8220;Delfini! Ci sono i delfini!&#8221; Io, già con la macchina fotografica in mano, salto fuori in coperta, il vento è forte. La pioggia ed il freddo non ci frenano, non c’è  tempo per mettere le cerate. Le pinne nere che erano  in lontananza ora puntano verso di noi. Qualche secondo e 5 o 6 delfini sono sotto la prua di Adriatica a surfare l&#8217;onda che si forma. Torno dentro per chiamare Elisa, Ale ed i prof, tutti escono a godersi quest&#8217;ennesima meraviglia. Siamo a prua con lo sguardo sotto la chiglia, emozionati, increduli, frementi. I delfini sono vicinissimi, ci sembra quasi di poterli toccare sporgendoci un po&#8217;. Sono dei lagenorinchi australi (Laginorhynchus australis) una specie di cetaceo che vive solo in queste acque, nella Patagonia meridionale, la punta dell&#8217;America del Sud. Sono meravigliosi, sembra si stiano esibendo per noi, si avvitano, scendono, si toccano tra loro, cambiano repentinamente direzione e velocità. Sono potenti, eleganti e padroni di ogni movimento E’ davvero affascinante poterli osservare da cos  vicino. Noi siamo gioiosi ed alterniamo momenti di immobilità  con occhi spalancati sulle danze dei delfini a tempeste di foto e video. I lagenorinchi ci prendono gusto e noi siamo infreddoliti e bagnati. Il tempo di mettere la cerata e subito fuori per non perdere nemmeno un minuto dello spettacolo offertoci. Ancora 15 minuti e i delfini trovano altre occupazioni. Si allontanano da Adriatica in gruppo compatto, senza esitazioni. Chissà cosa avranno visto o sentito. Noi abbiamo ricevuto ancora una volta un grande regalo da questo mare generoso e prodigo di emozioni.</p>
<p>Il vento rinforza e il comandante, Filippo, decide per una sosta in una piccola caletta per passare la notte. Il progetto iniziale di raggiungere il Seno Eyre è sfumato, le condizioni meteo non ce lo permettono, ma abbiamo altre alternative più a sud, e tanta speranza!</p>
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		<title>Tutto tranquillo a Puerto Eden</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Feb 2007 11:33:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filippo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cile]]></category>

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		<description><![CDATA[La giornata é abbastanza calma, in comparazione a quelle precedenti.
Navighiamo verso sud spinti dal vento fresco del nord. Ogni tanto uno scroscio di pioggia. Poi, dopo un paio di ore, il cielo si apre parzialmente e ci permette di ammirare lo splendido relitto che sfiliamo di fianco della nave Capitan Leonidas, di bandiera greca, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La giornata é abbastanza calma, in comparazione a quelle precedenti.<br />
Navighiamo verso sud spinti dal vento fresco del nord. Ogni tanto uno scroscio di pioggia. Poi, dopo un paio di ore, il cielo si apre parzialmente e ci permette di ammirare lo splendido relitto che sfiliamo di fianco della nave Capitan Leonidas, di bandiera greca, che si arenò proprio al centro del canale su uno scoglio affiorante. Le voci dicono che il comandante lo fece di proposito dopo che l&#8217;armatore aveva sottoscritto un aumento del premio dell&#8217;assicurazione. Ora giace intatta, sebbene arrugginita, e i gabbiani la usano come casa. I cileni le hanno sistemato un fanale sulla torretta di prua, che con la sua luce indica alle altre navi il pericolo. E&#8217; un forte richiamo per tutti noi.</p>
<p>Fredda, rugginosa, con gli oblò ormai esplosi dal gelido vento invernale, sembra però ancora navigare verso nord a causa del flusso della corrente discendente che le crea una piccola onda di prua. Solo una leggera inclinazione rende la sua posizione improbabile e da questa nave fantasma ci si aspetta in ogni istante, guardandola, che gli spettri dei marinai che hanno perso la vita in queste acque escano in coperta per reclamare la tranquillità.</p>
<p>Ci allontaniamo dal relitto in silenzio. Affascinati e consci che in ogni momento, per imperizia, per sfortuna, per una causa imprevedibile anche a noi potrebbe succedere la stessa cosa. I ragazzi dell&#8217;equipaggio mettono ancora più attenzione, istintivamente, alla navigazione.</p>
<p>Un&#8217;ora dopo entriamo in quella che si chiama &#8220;Angostura Inglesa&#8221; o &#8220;English Narrows&#8221; come la battezzò FitzRoy durante il suo passaggio in questa zona. Scoprì lui questo stretto e pericoloso canale che unisce i canali del nord con i canali del sud della Patagonia cilena. Fino a quel momento le navi dovevano uscire in oceano aperto per attraversare questo intricato labirinto di isole ricche di fiordi senza sbocco e unire le rotte atlantiche alle città della costa pacifica: <a href="http://www.hmsbeagle.it/2007/01/31/ripartiti-da-valparaiso/">Valparaiso</a>, Callao, Guayaquil&#8230; Decine e decine di navi cercarono il passaggio, infilandosi in lunghi canali che spesso si tramutarono nella tomba del loro naufragio. La natura ha voluto fortunatamente creare questa &#8220;passe&#8221; che taglia le montagne perpendicolarmente. Grazie alla natura! Poche decine di metri di larghezza per una ventina di profondità. Non riesco a credere che possano passare di qui navi di oltre 100 metri di lunghezza.<br />
I piloti che le accompagnano devono essere dei gran marinai.<br />
Due ore dopo, verso le 16:00, siamo fuori dal pericolo. Il passaggio ha necessitato estrema attenzione, anche a causa della forte corrente di oltre 6 nodi che spingeva Adriatica verso i bassi fondi laterali, ma é stato spettacolare! Poco dopo avvisiano Puerto Eden Radio che stiamo per ancorare di fronte al villaggio, al centro della piccola baia.<br />
Puerto Eden. Quanto di più lontano ci possa essere dalla nostra raffigurazione dell&#8217;eden. Ma forse, per i cacciatori di balene e di leoni marini, per i pescatori, per i naviganti dei secoli scorsi, questa rada così protetta, ricca di verde, di fiori di campo e di corsi d&#8217;acqua, con delle praterie e dei pianori dopo le centinaia di miglia tra sponde scoscese e ghiacciai che scendono fino al mare, é dovuto sembrare un vero paradiso.<br />
Il villaggio, ancora oggi solitaria tappa tra Chiloé e Puerto Natales, distanti entrambi almento 400 chilometri e accessibili solo via mare, é raggiunto dalla nave di collegamento ogni 7/10 giorni. Quando va bene. I 176 abitanti ricevono approvvigionamento solo quando é possibile. Nel suolo impregnato di acqua non si può piantare quasi nulla. Le case sono su palafitta e non esistono strade, ma un solo camminamento di assi di legno di oltre 3 chilometri appoggiate su piloni di legno piantate nella torba e nel muschio. Un villaggio solitario ma degno. Con la scuola, la biblioteca, internet gratuito per i pochi turisti naviganti. Una sola osteria che affitta anche delle camere con il bagno in comune con i proprietari. Un piccolo cantiere che ripara barche in legno. La base della marina Cilena, impeccabilmente organizzata. Una chiesetta e dei sentieri di trekking ottimamente segnalati con cartelli esplicativi, frecce di direzione, nomi che indicano le piante endemiche, delle tettoie per ripararsi dai frequenti scrosci di pioggia. Tutto su palafitte. I suolo é impraticabile.</p>
<p>Scendiamo a terra. La nostra cambusa é quasi vuota e svaligiamo letteralmente i tre negozietti del villaggio. Ci vendono praticamente tutto ciò che hanno. Passeggiamo il lungo e in largo, dividendoci in piccoli gruppi. Parliamo con la gente. Alcuni sono gli ultimi eredi (un po&#8217; misti, ormai) degli indiani Kaweskar, gli stessi che Darwin incontrò e trattò da selvaggi. Un&#8217;altra epoca, é certo!<br />
La proprietaria della trattoria ci serve un&#8217;ottima cena di carne: che voglia ne avevamo! Poi ci mostra un quaderno con le dediche e le foto delle barche a vela che sono passate da Puerto Eden negli ultimi 20 anni. Quasi tutte sono passate a cena da lei! Ne riconosco alcune conosciute francesi, inglesi, svizzere, statounitensi. Un paio italiane, anche.<br />
Poi ci vende degli oggetti fatti da lei intagliando il legno nelle lunghe giornate invernali.<br />
Le chiedo se il tempo ogni tanto migliora, se esce il sole e smette di piovere. “Ogni tanto&#8230;”, mi dice&#8230; “Sì, ogni tanto smette&#8230;”</p>
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		<title>Caleta Connor. All&#8217;ancora.</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Feb 2007 17:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filippo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Adriatica]]></category>
		<category><![CDATA[Cile]]></category>

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		<description><![CDATA[45 nodi. Da Nord, di poppa, per fortuna. Abbiamo avuto diritto ai nostri primi 45 nodi di vento teso. Proprio quando pensavamo di essere al riparo da una burrasca, perché all&#8217;interno dei canali ci sembrava che le alte montagne potessero riparaci almeno un po&#8217;, ci siamo raccattati questo colpo di vento che abbiamo gestito con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>45 nodi. Da Nord, di poppa, per fortuna. Abbiamo avuto diritto ai nostri primi 45 nodi di vento teso. Proprio quando pensavamo di essere al riparo da una burrasca, perché all&#8217;interno dei canali ci sembrava che le alte montagne potessero riparaci almeno un po&#8217;, ci siamo raccattati questo colpo di vento che abbiamo gestito con la trinchetta sola, che ci spingeva a oltre 9 nodi con punte a oltre 11 nodi sotto raffica.</p>
<p>Partiti da Caleta Ideal con tempo piovoso e vento fresco, abbiamo subito incontrato onda forte da Nord e dovuto bolinare per una ventina di minuti per evitare la Isla Pinguino e un paio di scogli che le stanno a nord. La corrente ci spingeva proprio su di loro. E la scarsa visibilità rendeva difficile valutare la distanza. La batimetrica correva verso l&#8217;alto: 180 metri, 150, 100, 60, 40, 37, 20&#8230;! Qualcosa non va. La carta elettronica mi dice che sono a oltre 2 miglia a nord del pericolo, ma io lo vedo di fronte e ci sto scarrocciando sopra velocemente.</p>
<p>&#8220;Ric, veloce, fammi un punto e dammi il rilevamento del faro della Isla Pinguino e quello di ingresso al Canal messier&#8230; rapido!&#8221; Grido conscio che nulla era dove doveva essere. E soprattutto Adriatica era nel posto sbagliato, con vento e corrente che la spingevano inesorabilmente contro le rocce.</p>
<p>&#8220;Marco, Damiano.. Riduciamo vela a prua. Arrotoliamo il genoa e cazzatelo a ferro. Pronti a virare&#8221;.</p>
<p>L&#8217;isola si avvicinava. Non più di 600 metri, ad occhio, e l&#8217;informazione da Ricardo non arrivava. Mi sembrava un&#8217;eternità. La pioggia ci sferzava il viso, siccome Adriatica navigava di bolina verso NE e il vento veniva proprio da nord.</p>
<p>In quel momento Ricardo caccia fuori la testa: &#8220;170° per l&#8217;ingresso al canale e 130° il rilevamento dell&#8217;isolotto&#8221; &#8220;No!, non é possibile. Ric c&#8217;é un errore. 170° e vado diretto sull&#8217;isola&#8230;!&#8221; &#8220;Te lo giuro!, Ho fatto i calcoli due volte. 170° per il canale&#8230;&#8221; &#8220;Ric, puta madre!, Rifai quei maledetti calcoli, qualcosa non torna&#8230;</p>
<p>C&#8217;è un errore da qualche parte.&#8221; Gli grido.</p>
<p>Intanto Adriatica stringe il vento a 8 nodi e sfila i primi scogli a non più di 100 metri, spumosi e neri. Intravedo le lunghe frange di kelp, l&#8217;alga che cresce sulle rocce nei punti di maggior corrente. Immagino la chiglia di Adriatica che sfiora i lunghi rami marroni e rossi.</p>
<p>Damiano e Marco sono tesi come me, intuendo che qualcosa non va&#8230; Si, ma cosa? Dov&#8217;é questa maledetta entrata del Canal Messier? Il vento intanto é già a oltre 25 nodi reali e noi lo percepimo a oltre 30 di apparente, con l&#8217;angolo che facciamo..</p>
<p>&#8220;Fil,&#8221; mi grida Ric cacciando fuori la sua testona coperta dal berretto rosso di lana, &#8220;c&#8217;é un errore anche nella carta cilena. Oltre 2 miglia a sud est. Siamo troppo a sud. Il radar lo conferma!&#8221; Mi sembrava&#8230; Con la rotta che mi indicava Ricardo, inconsapevole, ci saremmo sfracellati direttamente sulle rocce dell&#8217;Isola Pinguino, confondendo una grossa ansa senza uscita sulla sua destra con l&#8217;ingresso del canale. Nella mia testa gli oggetti che intravedo al radar, purtroppo mascherati dai forti disturbi dovuti alla pioggia, prendono il loro giusto posto. Faccio memoria della carta che ho osservato attentamente prima di partire, come faccio di solito, non fidandomi di quella elettronica. Ripasso i riferimenti che mi sono preso: punte, isolotti, fanali&#8230; Mi oriento meglio con la bussola e mi situo mentalmente su questa carta &#8220;virtuale&#8221; che esiste nella mia testa. Posso poggiare un po&#8217;, 20 gradi. Siamo riusciti a scapolare il pericolo. La bruma riduce la visibilità a poche centinaia di metri, ma so.. sento&#8230;<br />
che posso poggiare. No odo più il ruggito delle onde sottovento. Ora é il vento a fischiare nell&#8217;attrezzatura. Mi aiuto con il motore a cavarmi dall&#8217;impiccio.</p>
<p>&#8220;Ok, poggiamo altri 30 gradi. Allargate un po&#8217; il genoa e lo apriamo un po&#8217; di più. Stiamo entrando nel canale.&#8221; Chiedo ai ragazzi.</p>
<p>Marco e Damiano sono utilissimi in queste situazioni, sia per la prontezza di riflessi dovuta alla buona esperienza nonostante la giovane età, che all&#8217;istinto nautico, innato in entrambi.</p>
<p>Adriatica si infila come una saetta nel Canale Messier, lungo oltre 70 miglia e orientato nord/sud, cosa che permette al vento di incanalarsi e al fetch di fare montare l&#8217;onda che presto raggiungerà i 2 metri. Di poppa, per fortuna.</p>
<p>La nostra barca rossa fila a 8, 9 nodi. Decido di sostituire il Genoa, già in parte arrotolato e che tira troppo in alto e sottopone lo strallo a un lavoro ingrato, con la trinchetta. La superficie é praticamente identica, ma il punto in cui agiscono le forze é molto più basso e le volanti, che sono armate e pronte all&#8217;uso, si tendono nervose nel trattenere l&#8217;albero verso poppa.</p>
<p>Il vento forza. Siamo costantemente al di sopra dei 30 nodi di reale.</p>
<p>Anzi, più spesso siamo vicini ai 40. Adriatica vola. L&#8217;onda forte fa faticare il pilota automatico che tende a straorzare. Per questo ci alterniamo al timone con turni di mezz&#8217;ora, a causa del freddo alle mani.</p>
<p>Ricardo ci fa da navigatore, all&#8217;interno. Mariella e Emilio si azzardano fuori, imbacuccati fino alla punta del naso, ma confinati da un mio ordine perentorio nel pozzetto, senza possibilità di uscirne. Del resto&#8230; per andare dove!</p>
<p>Le montagne e i fiordi laterali scivolano veloci accanto a noi, a poche centinaia di metri, anche se a volte fatichiamo a vederli nella fitta cortina di pioggia.</p>
<p>Continuiamo così per 4 ore. Poi, la caletta che ho scelto per ripararci, si avvicina sulla sinistra, con l&#8217;ingresso protetto dall&#8217;Isola Middle, ma con uno scoglio affiorante giusto davanti all&#8217;entrata. Ci roviniamo la vista cercandolo. Il timore é che non sia nel posto indicato dalla carta, cosa probabile, visto che nulla di ciò che vediamo é dove lo indicano le carte&#8230;</p>
<p>Infatti non riusciamo a individuarlo, ma mi tengo in sicurezza, vicino alla costa orientale del canale. La caletta Connor é a poche centinaia di metri da noi, 30 gradi a sinistra. E&#8217; una caletta protetta, ben profonda, con un fondale lineare di sabbia e fango e un fiume che sgorga sul fondo, tra le ripide pareti delle vicine montagne.</p>
<p>Mi metto al vento per ammainare la trinchetta che sbatte sciaffeggiando Fernando due volte sul viso. In tre riescono ad averne ragione e in 30 secondi é ammainata e legata. Poggio leggermente e scapolo la punta di ingresso. L&#8217;entrata non supera i 150 metri di larghezza. La pressione del vento inclina la barca di 15 gradi nonostante siamo senza vele. Poi, di colpo, la calma assoluta. Non più vento ne onda. Acqua verde e calma come in una laguna. Le sponde boscose di questo golfo rotondo ci accolgono silenziose. Si!, all&#8217;improvviso il silenzio. Ci rendiamo conto di che frastuono facciano vento e mare in burrasca.</p>
<p>Faccio un giro di perlustrazione e decido il mio ancoraggio. Sento l&#8217;odore del sottobosco umido e dell&#8217;acqua dolce. Percepisco la tensione nel mio corpo che scompare. I volti di tutti si rallegrano e compaiono i primi sorrisi.</p>
<p>&#8220;Fondo! 50 metri e gommone in acqua. Pronti a legare la poppa.&#8221; In pochi minuti Adriatica é ancorata con la prua verso il centro della rada e la poppa legata da due lunghe cime a una roccia e un albero.</p>
<p>Tea time! Tra commenti allegri, la meraviglia per lo spettacolo della natura e la ritrovata calma a bordo la tensione si smorza. Tutti si rilassano. Anch&#8217;io. Sebbene non sia stata una situazione di pericolo, il fatto di navigare in un mare dove la metà degli scogli non sono indicati mette un po&#8217; di pressione&#8230; per così dire.</p>
<p>Faccio gli ultimi controlli e ci organizziamo per la sosta. La natura é proprio bella.</p>
<p>Domani sarà navigazione, o no? Secondo la meteo é in arrivo una nuova burrasca. La decisione la prenderò domattina.</p>
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		<title>Albatros in partenza da Puerto Chacabuco</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Feb 2007 11:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filippo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cile]]></category>
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		<description><![CDATA[Partenza all&#8217;alba da Puerto Chacabuco, direzione oceano! L&#8217;unico tratto in cui Adriatica navigherà lontano dai fiordi del Cile.
Siamo tutti un po&#8217; tesi, abituati alla tranquillità  dei fiordi che ci proteggono dal mare aperto, ci prepariamo ad affrontare l&#8217;oceano. Compaiono discreti, dietro gli orecchi di alcuni di noi, i primi cerotti per il mal di mare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Partenza all&#8217;alba da Puerto Chacabuco, direzione oceano! L&#8217;unico tratto in cui Adriatica navigherà lontano dai fiordi del <a href="http://www.tour2000.it/viaggi-Cile.htm">Cile</a>.<br />
Siamo tutti un po&#8217; tesi, abituati alla tranquillità  dei fiordi che ci proteggono dal mare aperto, ci prepariamo ad affrontare l&#8217;oceano. Compaiono discreti, dietro gli orecchi di alcuni di noi, i primi cerotti per il mal di mare, altri preferiscono non prendere nulla. E’ forse per mettersi un po&#8217; alla prova o giù  lupi di mare ben temprati. Dopo alcune ore di navigazione i fiordi iniziano ad allargarsi, compaiono in massa i primi uccelli marini, i grandi albatri che s&#8217;involano dopo una lunga e spesso goffa corsa sull&#8217;acqua: siamo tutti meravigliati e felici.<br />
Emilio prepara la sua macchina fotografica, soprannominata licenziosamente &#8220;il cannone&#8221;, Alessandro con il suo capello da pirata tiene sempre alto il morale di tutti, Elisa ed io, con i nostri binocoli, cerchiamo di non perderci niente della fauna che ci circonda.</p>
<p>Una virata a sinistra ed ecco il Pacifico davanti a noi: i fiordi non ci proteggono più.<br />
Adriatica supera uno scoglio abitato da una colonia di &#8220;lobo&#8221; leoni marini e di cormorani imperiali e si allontana dalla costa cilena, mantenendo la prua verso sud. L&#8217;oceano è grigio, scuro, profondo con un&#8217;onda lunga che ci fa continuamente ballare e subito Emilio ed io ci assicuriamo con delle imbracature a prua per avere l&#8217;orizzonte libero alla vista e per cercare un po&#8217; di silenzio dal persistente rumore del motore sempre acceso in navigazione; Emilio ne approfitta per<br />
fotografare gli albatri (Diomedea sp.) e gli skua (Macronectes giganteus), grandi uccelli simili agli albatri, che incrociano la nostra rotta, mentre l&#8217;equipaggio si divide tra i turni al timone e le cuccette per riposarsi. Basta un po&#8217; di onda e tutte le attività  in barca diventano difficili: pranzare, farsi un tazza di caffè, anche andare in bagno, ma ci si adegua volentieri e anche un piccolo disagio<br />
diventa una esperienza stimolante.</p>
<p>Nel primo pomeriggio in barca regna il silenzio, tranne il rumore del motore ovviamente! Le conversazioni lasciano spazio alla stanchezza e a momenti di riflessione davanti alla imponente bellezza di questo oceano che affascina e chiede rispetto.<br />
Filippo ci regala una calda, frugale e supergradita cena a base di ragù e pur che tutti apprezzano prima di coricarsi: tutti tranne gli irriducibili marinai che a turno navigheranno tutta la notte.</p>
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		<title>Caleta Ideal. Ancoraggio lungo la rotta verso sud.</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Feb 2007 11:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filippo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Adriatica]]></category>
		<category><![CDATA[Cile]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; l&#8217;alba del 20 febbraio. Ho le dita intorpidite dal freddo che tento di scaldare attorno alla tazza del thé caldo mentre batto la tastiera del computer di bordo schiacciando due o tre tasti alla volta a causa della rigidità. Solo il tempo di strapparmi di dosso la cerata umida e gocciolante prima di scrivere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; l&#8217;alba del 20 febbraio. Ho le dita intorpidite dal freddo che tento di scaldare attorno alla tazza del thé caldo mentre batto la tastiera del computer di bordo schiacciando due o tre tasti alla volta a causa della rigidità. Solo il tempo di strapparmi di dosso la cerata umida e gocciolante prima di scrivere queste righe.</p>
<p>Finalmente siamo all&#8217;ancora in questa caletta che ha il nome che si merita: Ideal. E&#8217; ideale per molte ragioni. La prima é la sua posizione, subito a sud del Faro San Pedro, che é la bocca di ingresso al Canale Messier, il primo dei canali del sud che ci porterà dritto dritto alla Tierra del Fuego. Dopo la lunga notte in oceano aperto con mare lungo e incrociato con onda corta del vento, non avevamo voglia di navigare un solo miglio in più.</p>
<p>La seconda ragione é la sua forma. Una larga baia tra sue isole (I.Schoder e I. Wager), con un accesso facile e profondo e con una &#8216;passe&#8217; a nord dell&#8217;ancoraggio che ripara dalla feroce onda da nord che si sta alzando sempre più forte e ripida per la burrasca in arrivo.<br />
Un&#8217;altra ragione é la natura del fondo, sabbia compatta e fango, che assicurano la tenuta della catena e dell&#8217;ancora anche in caso di forte vento. Ciò nonostante invio Marco e Damiano a porre una seconda ancora da 50 chili con 15 metri di catena e 50 di cima da 28 mm, 50 gradi a sinistra dell&#8217;ancora principale. Questa operazione, che chiamiamo afforcare, permette alla barca una tenuta supplementare alla spinta del vento e della corrente, oltre a limitare il brandeggio, cioé l&#8217;oscillazione a destra e sinistra, riducendo l&#8217;area di movimento dello scafo all&#8217;interno della baia.</p>
<p>I ragazzi di Padova non perdono nessuna occasione, e nonostante la pioggia forte, la stanchezza di una notte dondolando nella propria cuccetta sbattuti dalla forte onda oceanica che ha raggiunto i 4 metri e il freddo. Capitanati dal buon Emilio (che ha una seria esperienza di conduzione di gommoni) partono all&#8217;esplorazione dei dintorni, alla ricerca costante di animali, pesci, crostacei, molluschi e quant&#8217;altro possa essere sezionato, classificato e messo sotto alcool per la successiva spedizione al laboratorio dell&#8217;Università.</p>
<p>Siamo partiti da Chacabuco ieri all&#8217;alba, una navigazione estenuante sotto la pioggia nei canali che attraversano da Est a Ovest l&#8217;arcipelago delle Guatecas. Seno Aysen, Canal Errazuriz, Canal Pulluce, Canal Abandonado. In un paio di occasioni la corrente ha superato gli 8 nodi spingendo Adriatica velocemente contro la costa e solo l&#8217;attenzione dell&#8217;equipaggio e del timoniere hanno permesso di passare franchi dai pericoli. La navigazione é costantemente attenta. Tutto ciò che si apprende a scuola di nautica qui viene messo alla prova e serve.</p>
<p>Rilevamenti, correzioni, digrammi della corrente, verifiche visive e allineamenti sono la pratica quotidiana. La carta elettronica sfalza di oltre due miglia in molti punti. Anche quelle dell&#8217;Idrografico Cileno non sono precise. E gli errori non sono costanti, così che é necessario un controllo costante della posizione confrontandola con la realtà visiva. E a volte anche quella non corrisponde, perché ci sono scogli, isole o canali che non sono mai stai repertoriati e mai segnati sulle carte. I fondali oscillano da profondità superiori ai 300 metri a pianori di pochi metri irti di scogli più o meno affioranti, dipendendo dalla marea che qui raggiunge i 4 metri alle sigizie. Il radar é indispensabile.</p>
<p>La navigazione ci porta ad uscire in Oceano per doppiare la grande Peninsula de Taitao e poi attraversare il lungo Golfo de Penas (il nome la dice lunga): 140 miglia alla mercé di onde, vento, <a href="http://www.hmsbeagle.it/2006/12/28/langolo-del-marinaio-2/">correnti</a> che non smettono mai. La percentuale dei giorni di calma in un anno é del 2%: 7 giorni all&#8217;anno. E ieri non era tra quelli! Lungo la strada esistono 4 cale dove potersi riparare in caso di mal tempo, e la tentazione di fermarsi é forte, soprattutto poco prima di sera, quando siamo in mare da ormai 15 ore. Ma una componente del carattere di un marinaio é l&#8217;istinto. E questo mi diceva di proseguire, sebbene il bollettino desse un vento favorevole a partire dal giorno seguente.</p>
<p>Si, certo! L&#8217;istinto é mediato e &#8220;interfacciato&#8221; dalle informazioni che uno ha: la carta sinottica delle pressioni e dei fronti, il tipo di nubi che vede, la forma e la direzione delle onde, gli sbalzi di pressione barometrica&#8230; E&#8217; tutto ciò che vedevo e sentivo non coincideva con quello che mi diceva il bollettino. Quindi ho seguito il mio istinto malgrado la stanchezza mia, dell&#8217;equipaggio e degli ospiti. Guadagnando contro la forte onda da Sud Ovest a vela e motore e sfruttando una vena di controccorrente a favore, la sera 20, poco dopo il tramonto, eravamo già al traverso del Faro Raper, cioé metà strada. Questo faro é anche una stazione Radio e noi, come tutti quelli che navigano in queste acque, alle 8:00 e alle 20:00 siamo tenuti a comunicare la posizione, la situazione a bordo e la nostra rotta. Ricardo si occupa delle funzioni di Ufficiale Radio.</p>
<p>Ha fatto buio. Un buio pesto illuminato solo dal fascio di luce periodico del faro. Però anche questo é sparito dopo due ore, all&#8217;allontanarsi da terra. Ormai ci eravamo addentrati nel Golfo de Penas. Adriatica era sollevata per più di 3 metri ogni 5 secondi e poi ricadeva nella fossa lasciata dall&#8217;onda dietro il suo passaggio. A volte incassava un colpo più duro che scuoteva l&#8217;albero e tutto il sartiame. I soliti turni di guardia: Marcone e Damiano dalle 23:00 alle 02:00. Io, da solo, dalle 2:00 alle 4:00 e Ric con Ferdy dalle 4:00 alle 7:00&#8230; E così via. Cielo basso. Scrosci di pioggia. Spruzzi di acqua salata. Un Freddo umido e vivo, soprattutto alle mani, sempre umide, nonostante i guanti. Ogni tanto una goccia gelata si fa strada nel collo, sotto il cappuccio che protegge il berretto di lana e riesce a percorrere tutta la schiena, prima di scaldarsi abbastanza da non essere più un fastidio.</p>
<p>All&#8217;alba siamo in vista di Faro San Pedro, l&#8217;altro lato del Golfo, la fine del mare grosso e confuso.</p>
<p>Ric chiama per comunicare la posizione e chiedere le istruzioni di accesso. La notte deserta del Pacifico meridionale si popola improvvisamente di due grosse porta container che arrivano da poppa raggiungendoci proprio nel punto più stretto e pericoloso del canale. Ci buttiamo sulla dritta, rasentando le rocce a NE del faro, ma curando di essere al di fuori della batimetrica dei 50 metri (batimetrica: linea che unisce i punti di uguale profondità). Le navi ci superano ad almeno 20 nodi, mentre l&#8217;operatore Radio ci augura una buana giornata e ci conferma l&#8217;inizio di una burrasca da nord. Ce ne eravamo accorti. Da qualche ora il vento aveva girato in poppa e rinforzato. Il mio istinto non ha fallito. Se mi fossi fermato, saremmo rimasti bloccati da qualche parte per almeno 3 giorni. Ora siamo passati e dobbiamo solo cercare una rada dove dare fondo e riposarci.</p>
<p>I ragazzi iniziano a svegliarci, sentendo nel dormiveglia che il ritmo dell&#8217;onda é cambiato e percependo l&#8217;arrivo. Giù la randa, mi addentro nel Canal SurOeste, nella Boca Chica e dopo 20 minuti, cioé adesso, siamo ancorati saldamente a Caleta Ideal. La barca si sveglia, nella calma del rifugio naturale. Qualcuno mette su l&#8217;acqua per il thé. I ragazzi dell&#8217;equipaggio terminano di rassettare la coperta. Il tepore del riscaldamento inizia ad asciugare l&#8217;umidità all&#8217;interno.</p>
<p>Caleta Ideal é un lago di tranquillità.<br />
E fuori si scatena la burrasca.</p>
<p>Crollo dal sonno. Vi scriverò ancora domani.</p>
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		<title>Puerto Chacabuco e Puerto Aysen</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Feb 2007 11:19:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filippo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel tardo pomeriggio, dopo una giornata intera di navigazione, raggiungiamo Puerto Chacabuco. La baia circondata da monti, tra i quali ne svetta in particolare uno per la cima coperta da un enorme ghiacciaio azzurro. Terminato l&#8217;ancoraggio, parte la spedizione esplorativa sul tender.
L&#8217;obiettivo è un fiumiciattolo sulla destra che Andrea pensa ricco di pesce.
Una volta arrivati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel tardo pomeriggio, dopo una giornata intera di navigazione, raggiungiamo Puerto Chacabuco. La baia circondata da monti, tra i quali ne svetta in particolare uno per la cima coperta da un enorme ghiacciaio azzurro. Terminato l&#8217;ancoraggio, parte la spedizione esplorativa sul tender.<br />
L&#8217;obiettivo è un fiumiciattolo sulla destra che Andrea pensa ricco di pesce.</p>
<p>Una volta arrivati in prossimità della foce, accade l&#8217;irreparabile. I nostri quattro lupi di mare riescono ad arenarsi e una decina di gabbiani, camminando (non nuotando!!!) in dieci centimetri d&#8217;acqua guardano incuriositi. Dopo esserci ripresi dalle risate, scatta l&#8217;operazione disincaglio, che per fortuna rapida e di successo praticamente immediato.<br />
Cambiamo direzione e decidiamo di approdare vicino all&#8217;imbarcazione di un pescatore locale. Avvicinandoci notiamo che lui e suo figlio stanno pulendo salmoni e trote. I tratti del viso del signore sono duri e marcati. La pelle scura, solcata da rughe, i lunghi baffi neri e gli occhi a mandorla, lo fanno sembrare quasi orientale. Il piccolo fiero di assistere suo padre e allo stesso tempo incuriosito dalla nostra presenza. Chiediamo il permesso di ormeggiare al molo e ci<br />
viene concesso.</p>
<p>Ci fermiamo un attimo a parlare con lui. Ci racconta, in maniera concisa e diretta, che la sua attività consiste nella pesca con reti da posta. Anche qui a Puerto Chacabuco cè una grossa salmonera, con gabbie a mare, ed molto probabile che il suo pescato siano pesci scappati dall&#8217;allevamento o comunque generazioni successive, visto che il salmone non è nativo del <a href="http://www.tour2000.it/viaggi-Cile.htm">Cile</a>, ma è stato introdotto a fini commerciali.<br />
Salutiamo e ringraziamo il nostro amico e andiamo a passeggiare sulla spiaggia. Il colore marrone della battigia in netto contrasto con il verde brillante dell&#8217;erba che la circonda. La spiaggia larga solo una quindicina di metri e subito dopo si estendono verdi pascoli. Gran parte dei colli è stata infatti disboscata per l&#8217;allevamento di bovini. Dopo un tentativo di pesca alla traina con il tender, miseramente fallito (per la disperazione di tutti, tranne che di Ale) torniamo su Adriatica.<br />
Ceniamo tutti insieme a bordo e da buoni pirati condiamo il dopocena condito con un goccio di rum.</p>
<p>La mattina seguente sbarchiamo a Puerto Chacabuco. Passiamo in mezzo al porto e rimaniamo impressionati dall&#8217;enorme quantità di container frigo pronti ad esportare salmoni in tutto il mondo. Un olezzo nauseante aleggia prepotente in questa parte del porto, proveniente sia dalle reti messe a seccare al sole, che da casse e casse di salmoni lasciati a marcire, probabilmente perchè considerati non commerciabili… rimaniamo sconcertati da questo enorme spreco.<br />
Usciamo dal porto e ci dirigiamo alla ricerca della fermata dell&#8217;autobus che ci porterà a Puerto Aysen.<br />
Dopo una veloce visita a questo paesino colorato e riempita la cambusa, andiamo a riposarci, domani ci aspettano bocca Wickam e l&#8217;oceano aperto.</p>
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		<title>Rada di Chacabuco. All&#8217;ancora.</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Feb 2007 19:35:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filippo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Adriatica]]></category>
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		<description><![CDATA[Chacabuco é il porto ufficiale di Puerto Aysen che vede oramai condannato il suo destino marittimo a causa dell&#8217;insabbiamento del Rio Aysen, antica via di accesso alla città.
Questa città, una delle poche del sud cileno, fu creata per popolare questa regione allora disabitata e per lo sfruttamento a pascolo del territorio. Una zona di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chacabuco é il porto ufficiale di Puerto Aysen che vede oramai condannato il suo destino marittimo a causa dell&#8217;insabbiamento del Rio Aysen, antica via di accesso alla città.</p>
<p>Questa città, una delle poche del sud cileno, fu creata per popolare questa regione allora disabitata e per lo sfruttamento a pascolo del territorio. Una zona di un milione di ettari fu destinata al pascolo e migliaia di persone si trasferirono in zona per lavorare al servizio di due società che dovevano sviluppare l&#8217;allevamento. Le due società iniziarono a litigare per le concessioni negli anni &#8216;40 e a causa dell&#8217;assenza del controllo dello stato iniziarono a disboscare a forza di incendi la foresta, fino a compromettere 3 milioni di ettari di terre. Dell&#8217;allevamento se ne fece poco o nulla. La deforestazione si ritorse contro gli abitanti che videro il loro fiume colmarsi con le terre erose dalle acque delle piogge non più trattenute dalla vegetazione.</p>
<p>Oggi la nuova minaccia é data dalla volontà di costruire due dighe sui fiumi che sboccano nel golfo e dalla richiesta di una azienda canadese che intende installare una fabbrica di lavorazione dell&#8217;alluminio, con gravi conseguenze ecologiche.</p>
<p>Adriatica spesso raccoglie i racconti delle persone che incontra nel suo lungo viaggiare. E noi ci facciamo volentiere portavoce o testimoni delle loro esigenze, sebbene non abbiamo mezzi per aiutarli oltre alla divulgazione.</p>
<p>Il golfo é spettacolare, rovinato solo dalla presenza di alcune salmonere (allevamento intensivo di salmoni di cui il <a href="http://www.tour2000.it/viaggi-Cile.htm">Cile</a> é il secondo produttore mondiale) e  dalle moderne costruzioni che stonano un po&#8217; con l&#8217;ambiente tipico che hanno gli altri villaggi che abbiamo incontrato sulla  nostra rotta come Melinka e Puerto Aguirre.</p>
<p>Le montagne sono a picco su questo lungo canale che termina in un paio di golfi chiusi da due isole lunghe, a protezione della corta ma fastidiosa onda che si produce quando spira il freddo sud-ovest. Le cime sono innevate e due stupendi ghiacciai sovrastano a ovest la baia. Il fiordo, che qui chiamano &#8220;estéro&#8221; assomiglia al lago di Como. Ma lungo tutto il suo percorso avremo incontrato non più di 10 casette al fondo di piccole baie. I colori sono gli stessi del Lario in primavera, quando ancora le nevi coprono i monti circostanti fino a 1000 metri di quota.</p>
<p>Le nubi basse, nembi o cumuli per lo più, avvolgono le montagne in un abbraccio suggestivo che mescola i grigi ai verdi dei boschi e ai bianchi dei nevai.</p>
<p>Abbiamo ancorato alle 19:00 con 60 metri di catena su 14 metri di fondo sabbioso. L&#8217;ancora deve essere penetrata di buoni 50 centimetri, da come resisteva al vecchio volvo che tirava in marcia indietro a 1.200 giri.</p>
<p>I ragazzi di Padova hanno deciso di partire subito in esplorazione con il gommone. La spiaggia e il piccolo fiume che sbocca proprio davanti alla prua di Adriatica sono un terreno di scoperta inestimabile per questi giovani biologi. La loro giornata di oggi é stata eccezionale.</p>
<p>Lungo la rotta di 50 miglia che unisce Puerto Aguirre, dove abbiamo sostato per la notte, a Chacabuco é stata interrotta da una spettacolare sosta in un piccolo arcipelago di 5 isole e alcuni scogli chiamati Cinco Hermanos (i cinque fratelli). Parco ufficiale all&#8217;interno di una zona che meriterebe di esserlo totalmente, queste isole offrono una diversità biologica di notevole interesse. Un gruppo di cormorani osservava la scena dell&#8217;ancoraggio indecisi se abbandonare impauriti la roccia su cui si erano posati o fare finta di nulla, sopportando la presenza intrusa di questi 12 umani vestiti di rosso su una barca rossa. L&#8217;equipaggio si é diviso in 3 gruppi: i prof sono sbarcati su una spiaggia a caccia di conchiglie e altri animali acquatici (bivalvi&#8230; dicono!). I ragazzi sono andati in gommone con Marcone a perlustrare un paio di baiette e noi dell&#8217;equipaggio siamo rimasti a bordo, a sorvegliare l&#8217;ancoraggio precario. La fortuna ha voluto che i 4 giovani padovani fossero accolti da due leoni marini che giocavano intorno al gommone. Una femmina e un giovane che si divertivano a non più di due metri di distanza.</p>
<p>Anche Mariella e Rudy, i due prof, hanno avuto fortuna. Nel breve tratto esplorato hanno potuto raccogliere i resti di almeno 9 specie differenti. Una vera manna per loro.</p>
<p>L&#8217;ambiente era davvero primitivo. Non un segno di presenza umana disturbava l&#8217;occhio nel dedalo di canali dove il vento teso da nord ovest giocava con i mulinelli della corrente di marea. Un leggero odore di umidità sopraggiungeva nei momenti in cui la pioggia fine avvolgeva Adriatica, dondolante a meno di 20 metri dalla roccia grigia.</p>
<p>Al ritorno degli esploratori li aspettava un riso fumante e il pane fresco fatto a bordo che é stato divorato accompagnando l&#8217;ultimo pezzo di parmigiano e dell&#8217;affettato.</p>
<p>Un brivido dopo la partenza! Sollevata l&#8217;ancora, che era stata opportunamente agganciata a un grippiale* per poterla spedare* se si fosse incagliata, ho deciso di percorre una &#8220;passe&#8221; poco dettagliata sulla carta. Da 40 metri, all&#8217;improvviso, 7 metri!&#8230; Macchina indietro e un grido nel VHF portatile che mi collegava a Ric, a prua: &#8220;Ric, controllo visivo! Cerca scogli o pericoli&#8230; Il fondo mi é salito all&#8217;improvviso&#8230;&#8221; Dopo un&#8217;attimo lo scandaglio indicava 2 metri. &#8220;2 METRI&#8221;!!!</p>
<p>Impossibile.. Forse delle alghe, così spesse in questa zona, da costituire una barriera al segnale sonoro dello strumento. No, un attimo, ragioniamo. Ho pensato rapidamente che se davanti a me si stagliava una barriera non poteva che essere rocciosa, data la conformazione delle isole. In un secondo mi si é visualizzata la chiglia di Adriatica che cozzava contro una roccia accuminata ferendosi gravemente. Ho visto la fenditura nello stucco come una profonda ferita.</p>
<p>Ho sofferto come soffre chi vede un suo caro colpito fisicamente&#8230;</p>
<p>Ma é durato solo un attimo. Un momento dopo la ragione ha ripreso il sopravvento e già davo macchina indietro, quasi istintivamente. Fermavo la barca per avere qualche secondo utile a ragionare. Ho preso due rilevamenti a terra e ho chiesto a Ric conferma di ciò che vedeva.</p>
<p>&#8220;Tutto libero!&#8221; mi confermava. Pian piano, con la fresca memoria di ciò che avevo letto sulle istruzioni nautiche per quel tratto di mare, ho accostato a sinistra, dove oltretutto l&#8217;orografia del terreno mi lasciava intuire una maggiore profondità. A mezzo nodo, in marcia avanti e con il Sonar che Damiano aveva opportunamente acceso, siamo usciti dall&#8217;area pericolosa, per ritornare alla tranquilla navigazione nel canale principale, in direzione di Chacabuco, dove siamo arrivati 3 ore dopo.</p>
<p>Ora Mariella sta preparando degli spaghetti con un profumatissimo sugo.</p>
<p>Per fortuna che noi italiani abbiamo la cultura della cucina. E&#8217; un grande aiuto la gastronomia!</p>
<p>A presto, da Adriatica</p>
<p>&#8212;</p>
<p><strong>Grippiale</strong>: cima agganciata all&#8217;ancora, dalla parte opposta alla catena, che serve letteralmente per rivoltarla o sfilarla nel caso si incastri sotto una roccia.</p>
<p><strong>Spedare</strong>: sollevare l&#8217;ancora dal fondale, liberandola, con il verricello.</p>
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		<title>Costa orientale dell&#8217;isola di Chiloé</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Feb 2007 21:35:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filippo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Chiloé]]></category>
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		<description><![CDATA[Siamo di nuovo in rotta per il sud. Anzi&#8230; per il &#8220;Sud&#8221;!
Imbarcati i ragazzi di Padova (Elisa, Andrea, Alessandro e Emilio) e i due Prof accompagnatori (Mariella e Rudy), navighiamo in direzione di Melinka, al di là del Canale Guafo, che divide l&#8217;Isola di Chiloé dall&#8217;entrata del Canale Moraleda. Si tratta di uno specchio d&#8217;acqua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo di nuovo in rotta per il sud. Anzi&#8230; per il &#8220;Sud&#8221;!</p>
<p>Imbarcati i ragazzi di Padova (Elisa, Andrea, Alessandro e Emilio) e i due Prof accompagnatori (Mariella e Rudy), navighiamo in direzione di Melinka, al di là del Canale Guafo, che divide l&#8217;Isola di Chiloé dall&#8217;entrata del Canale Moraleda. Si tratta di uno specchio d&#8217;acqua di quasi 30 miglia aperto a ovest all&#8217;Oceano Pacifico. Fino a poche ore fa questo mare era in burrasca. Ora tutto si é calmato e probabilmente la notte sarà tranquilla, permettendoci una veloce traversata. Il vulcano <a href="http://www.hmsbeagle.it/2007/02/09/zigzagando-tra-i-canali-interni-del-golfo-de-corcovado-lato-orientale-dellisola-di-chiloe/">Corcovado</a>, che da il nome a questo spechhio d&#8217;acqua interno, si staglia a SE, imponente e innevato. A ovest il sole é tramontato in una suggestiva esplosione arancione e rossa. Le nuvole grigie si sono accese per alcuni minuti regalandoci un panorama eccellente.</p>
<p>Il freddo intenso non scoraggia nessuno dei ragazzi dallo stare fuori, in coperta, a gustarsi lo spettacolo di una natura ancora parzialmente selvaggia. Stanotte non c&#8217;é luna. Siamo nella settimana &#8220;scura&#8221; del mese e le stelle saranno le nostre compagne di viaggio. Mauro, il nostro nuovo cameraman, scopre nuove costellazioni confondendone i nomi che suonano nuovi alla sua memoria di giovane navigante.</p>
<p>Adriatica taglia la rotta tranquilla. Il motore gira regolare con il suo suono da vecchio ed esperto diesel. La prua divide per pochi istanti lo specchio d&#8217;acqua che si stende calmo di fronte a noi, per poi richiudersi dietro la nostra poppa, mano a mano che la scia si spegne.</p>
<p>In cucina prepariamo la cena. Carbonara. Un piatto per ricordare casa, a 8 mesi di distanza da qua: 10.000 miglia! 19.000 km&#8230;</p>
<p>I ragazzi hanno già messo giù la tavola, segno che la fame aveva già risvegliato l&#8217;appetito. E poi, il freddo, si combatte anche con un buon piatto di pasta.</p>
<p>La prima giornata di mare é trascorsa tranquilla. L&#8217;equipaggio riprende i turni soliti. Ric e Ferdy, Marco e Damiano e poi io. Tre ore, tre ore e due per me che sono solo.</p>
<p>I ragazzi di padova si offrono di farci compagnia. Benvenuti, a riempire di domande le nostre notti silenziose. Ricardo ha già iniziato la sua lezione sulle stesse dell&#8217;emisfero sud.</p>
<p>Orario previsto di arrivo a Melinka, la prossima isola, mezzogiorno. Ma forse impiegheremo meno tempo, perché la corrente che ora ci é contraria, ci aiuterà.</p>
<p>Il radar gira costante indicandoci gli ostacoli in questa notte buia. Un comunicato alla radio ci avvisa di un rimorchiatore che sta trainando una barca nella nostra zona, ma fortunatamente un po&#8217; più a est. Sono pericolosi, perché il cavo tra le due unità raggiunge i 200 metri e se ci passi in mezzo inavvertitamente sono guai.</p>
<p>Ora vado a dormire 3 ore. Alle 2 del mattino tocca a me. Ho già freddo!</p>
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		<title>All&#8217;ancora nel Golfo di Castro, capitale di Chiloé</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Feb 2007 19:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filippo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Adriatica]]></category>
		<category><![CDATA[Chiloé]]></category>
		<category><![CDATA[Cile]]></category>
		<category><![CDATA[Darwin]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo ancorati nella rada di Castro, un cittadina di 30.000 abitanti, sulla costa est di Chiloé. E&#8217; la capitale dell&#8217;isola, ma ben piccola.
Anche se molto caratteristica, con le case di legno su palafitta che due volte al giorno hanno i piloni immersi nell&#8217;alta marea. La temperatura dell&#8217;acqua é di 13 gradi. Questo non ha però [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo ancorati nella rada di Castro, un cittadina di 30.000 abitanti, sulla costa est di Chiloé. E&#8217; la capitale dell&#8217;isola, ma ben piccola.</p>
<p>Anche se molto caratteristica, con le case di legno su palafitta che due volte al giorno hanno i piloni immersi nell&#8217;alta marea. La temperatura dell&#8217;acqua é di 13 gradi. Questo non ha però impedito a Damiano di tuffarsi due volte. La prima per andare a ingrassare l&#8217;elica della barca, ben bardato nella sua muta da 7 mm con bombole, GAV, pesi e pinne gialle. La seconda volta meno volontariamente, causa un errore di manovra del tender che é partito senza di lui. Un carpiato e successivo tuffo. Nulla di grave, ma tanto freddo.</p>
<p>Patrizio é con noi da ormai 5 giorni e insieme ai 2 professori e 4 alunni dell&#8217;università di Padova stiamo percorrendo l&#8217;isola in lungo e largo (in 10 in un pulmino da otto) alla ricerca di animali interidali (&#8230;o qualcosa di simile), conchiglie, pesci abissali o quasi e varie specie marine e terrestri dalla forma e dalla storia genetica strana. Ci accompagnano amici ciloti che ci raccontano delle tradizioni, della storia e della cultura di questa splendida zona del Sud America.</p>
<p>Scopriamo panorami fantastici. Spiagge lunghissime aperte all&#8217;onda oceanica che accolgono colonie di pinguini e leoni marini. L&#8217;altro giorno, camminavamo sulla battigia di una spiaggia del nord, scoperta dalla marea, alla ricerca di specie a noi sconosciute di bivalvi e altre conchiglie, quando accanto a noi, a pochi metri, é apparso un leone marino che ci ha accompagnato incuriosito. Si muoveva parallelamente a noi, lungo la costa, sbirciando incuriosito il nostro lavoro.</p>
<p>Le &#8220;gite&#8221; si sono susseguite all&#8217;infernale ritmo imposto da Patrizio: sveglia alle 6, almeno 4 luoghi al giorno da visitare e rientro non prima che faccia buio. Estenuante, ma necessario. Sia per le riprese di Velisti per Caso che per il lavoro di ricerca degli universitari.</p>
<p>E&#8217; così che abbiamo parlato con pescatori, artigiani, commercianti alla scoperta di tradizioni antiche. Il direttore del museo del piccolo borgo di Dalcahue ci ha raccontato la storia dell&#8217;isola e alcuni miti, che qui resistono solidi nella mente dei padri, ma che rischiano di perdersi nella memoria dei figli, costretti ad allontanarsi sempre più dalla tradizione famigliare e dai lavori tradizionali da una occidentalizzazione e una globalizzazione dei costumi e delle abitudini.</p>
<p>Storie indie si fondono a tradizioni europee importate nei secoli scorsi. Così la leggenda dell&#8217;Olandese Volante diventa il mito del veliero Caleuche. La storia delle sirene di Ulisse si trasforma nella favola di una regina del mare, metà donna e metà pesce, che semina la fecondità tra le onde affinché i pesci possano riprodursi numerosi. Cai Cai Vilù e Tai Tai Vilù, i due serpenti di mare e di terra, lottano per la supremazia nella costruzione del mondo e finché Tai Tai Vilù vincerà, Chiloé, la terra, esisterà più alta dei flutti dell&#8217;oceano. E così via, tra credenze ancestrali, stregoni, miti nuovi o rivisitati e vita al contatto con la natura. Selvaggia, dura, ma già troppo antropizzata.</p>
<p>3 sere fa, al nostro arrivo da Ancud, altra cittadina dell&#8217;isola, ci ha accolto la festa del paese. Castro festeggiava i 440 anni di esistenza con musica e fuochi d&#8217;artificio. Così vicini alla barca che le esplosioni erano praticamente sopra l&#8217;albero di Adriatica.</p>
<p>Il mio equipaggio alterna i lavori di preparazione al viaggio a momenti di riposo, indispensabili prima del lungo periodo di navigazioni australi. I ragazzi dell&#8217;università si accomodano a bordo iniziando a conoscere la vita di una barca, i suoi ritmi, le sue particolari modalità: risparmio energetico, risparmio dell&#8217;acqua, trattamento dei rifiuti organici, spazi ristretti. Già iniziano a esaminare campioni con il loro microscopio e la formalina diffonde il tipico odore di laboratorio tra le cabine. Alcuni campioni verranno stoccati in barca e riportati in Europa alla fine della navigazione.</p>
<p>Marco, Ric e Damiano si occupano di riparare il supporto del Radar mentre Mauro, in nuovo operatore, fa pratica con un mondo a lui sconosciuto dove dovrà realizzare le immagini che relazioneranno il nostro viaggio. Che vantaggio rispetto a Darwin. Lui aveva un disegnatore che lo seguiva ovunque e lui stesso disegnava ciò che vedeva di interessante.</p>
<p>Così gli ci vollero più di 20 anni per diffondere al pubblico le immagini di ciò che aveva visto. A noi basteranno alcuni mesi.</p>
<p>Domattina partiamo per Melinka, altro villaggio su un&#8217;isola più a sud.</p>
<p>Patrizio ci lascerà per qualche giorno, diretto in <a href="http://www.tour2000.it/viaggi-Peru.htm">Perù</a>, dove lo aspetta Fabio Tonelli, amico già frequentato alle <a href="http://www.tour2000.it/vacanze-Galapagos.htm">Galapagos</a>, per una spedizione all&#8217;interno del paese. Ci ritroveremo a P.to Natales il 2 marzo, con tante cose da raccontarci.</p>
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