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Caleta Ideal. Ancoraggio lungo la rotta verso sud.

martedì 20 febbraio 2007

E’ l’alba del 20 febbraio. Ho le dita intorpidite dal freddo che tento di scaldare attorno alla tazza del thé caldo mentre batto la tastiera del computer di bordo schiacciando due o tre tasti alla volta a causa della rigidità. Solo il tempo di strapparmi di dosso la cerata umida e gocciolante prima di scrivere queste righe.

Finalmente siamo all’ancora in questa caletta che ha il nome che si merita: Ideal. E’ ideale per molte ragioni. La prima é la sua posizione, subito a sud del Faro San Pedro, che é la bocca di ingresso al Canale Messier, il primo dei canali del sud che ci porterà dritto dritto alla Tierra del Fuego. Dopo la lunga notte in oceano aperto con mare lungo e incrociato con onda corta del vento, non avevamo voglia di navigare un solo miglio in più.

La seconda ragione é la sua forma. Una larga baia tra sue isole (I.Schoder e I. Wager), con un accesso facile e profondo e con una ‘passe’ a nord dell’ancoraggio che ripara dalla feroce onda da nord che si sta alzando sempre più forte e ripida per la burrasca in arrivo.
Un’altra ragione é la natura del fondo, sabbia compatta e fango, che assicurano la tenuta della catena e dell’ancora anche in caso di forte vento. Ciò nonostante invio Marco e Damiano a porre una seconda ancora da 50 chili con 15 metri di catena e 50 di cima da 28 mm, 50 gradi a sinistra dell’ancora principale. Questa operazione, che chiamiamo afforcare, permette alla barca una tenuta supplementare alla spinta del vento e della corrente, oltre a limitare il brandeggio, cioé l’oscillazione a destra e sinistra, riducendo l’area di movimento dello scafo all’interno della baia.

I ragazzi di Padova non perdono nessuna occasione, e nonostante la pioggia forte, la stanchezza di una notte dondolando nella propria cuccetta sbattuti dalla forte onda oceanica che ha raggiunto i 4 metri e il freddo. Capitanati dal buon Emilio (che ha una seria esperienza di conduzione di gommoni) partono all’esplorazione dei dintorni, alla ricerca costante di animali, pesci, crostacei, molluschi e quant’altro possa essere sezionato, classificato e messo sotto alcool per la successiva spedizione al laboratorio dell’Università.

Siamo partiti da Chacabuco ieri all’alba, una navigazione estenuante sotto la pioggia nei canali che attraversano da Est a Ovest l’arcipelago delle Guatecas. Seno Aysen, Canal Errazuriz, Canal Pulluce, Canal Abandonado. In un paio di occasioni la corrente ha superato gli 8 nodi spingendo Adriatica velocemente contro la costa e solo l’attenzione dell’equipaggio e del timoniere hanno permesso di passare franchi dai pericoli. La navigazione é costantemente attenta. Tutto ciò che si apprende a scuola di nautica qui viene messo alla prova e serve.

Rilevamenti, correzioni, digrammi della corrente, verifiche visive e allineamenti sono la pratica quotidiana. La carta elettronica sfalza di oltre due miglia in molti punti. Anche quelle dell’Idrografico Cileno non sono precise. E gli errori non sono costanti, così che é necessario un controllo costante della posizione confrontandola con la realtà visiva. E a volte anche quella non corrisponde, perché ci sono scogli, isole o canali che non sono mai stai repertoriati e mai segnati sulle carte. I fondali oscillano da profondità superiori ai 300 metri a pianori di pochi metri irti di scogli più o meno affioranti, dipendendo dalla marea che qui raggiunge i 4 metri alle sigizie. Il radar é indispensabile.

La navigazione ci porta ad uscire in Oceano per doppiare la grande Peninsula de Taitao e poi attraversare il lungo Golfo de Penas (il nome la dice lunga): 140 miglia alla mercé di onde, vento, correnti che non smettono mai. La percentuale dei giorni di calma in un anno é del 2%: 7 giorni all’anno. E ieri non era tra quelli! Lungo la strada esistono 4 cale dove potersi riparare in caso di mal tempo, e la tentazione di fermarsi é forte, soprattutto poco prima di sera, quando siamo in mare da ormai 15 ore. Ma una componente del carattere di un marinaio é l’istinto. E questo mi diceva di proseguire, sebbene il bollettino desse un vento favorevole a partire dal giorno seguente.

Si, certo! L’istinto é mediato e “interfacciato” dalle informazioni che uno ha: la carta sinottica delle pressioni e dei fronti, il tipo di nubi che vede, la forma e la direzione delle onde, gli sbalzi di pressione barometrica… E’ tutto ciò che vedevo e sentivo non coincideva con quello che mi diceva il bollettino. Quindi ho seguito il mio istinto malgrado la stanchezza mia, dell’equipaggio e degli ospiti. Guadagnando contro la forte onda da Sud Ovest a vela e motore e sfruttando una vena di controccorrente a favore, la sera 20, poco dopo il tramonto, eravamo già al traverso del Faro Raper, cioé metà strada. Questo faro é anche una stazione Radio e noi, come tutti quelli che navigano in queste acque, alle 8:00 e alle 20:00 siamo tenuti a comunicare la posizione, la situazione a bordo e la nostra rotta. Ricardo si occupa delle funzioni di Ufficiale Radio.

Ha fatto buio. Un buio pesto illuminato solo dal fascio di luce periodico del faro. Però anche questo é sparito dopo due ore, all’allontanarsi da terra. Ormai ci eravamo addentrati nel Golfo de Penas. Adriatica era sollevata per più di 3 metri ogni 5 secondi e poi ricadeva nella fossa lasciata dall’onda dietro il suo passaggio. A volte incassava un colpo più duro che scuoteva l’albero e tutto il sartiame. I soliti turni di guardia: Marcone e Damiano dalle 23:00 alle 02:00. Io, da solo, dalle 2:00 alle 4:00 e Ric con Ferdy dalle 4:00 alle 7:00… E così via. Cielo basso. Scrosci di pioggia. Spruzzi di acqua salata. Un Freddo umido e vivo, soprattutto alle mani, sempre umide, nonostante i guanti. Ogni tanto una goccia gelata si fa strada nel collo, sotto il cappuccio che protegge il berretto di lana e riesce a percorrere tutta la schiena, prima di scaldarsi abbastanza da non essere più un fastidio.

All’alba siamo in vista di Faro San Pedro, l’altro lato del Golfo, la fine del mare grosso e confuso.

Ric chiama per comunicare la posizione e chiedere le istruzioni di accesso. La notte deserta del Pacifico meridionale si popola improvvisamente di due grosse porta container che arrivano da poppa raggiungendoci proprio nel punto più stretto e pericoloso del canale. Ci buttiamo sulla dritta, rasentando le rocce a NE del faro, ma curando di essere al di fuori della batimetrica dei 50 metri (batimetrica: linea che unisce i punti di uguale profondità). Le navi ci superano ad almeno 20 nodi, mentre l’operatore Radio ci augura una buana giornata e ci conferma l’inizio di una burrasca da nord. Ce ne eravamo accorti. Da qualche ora il vento aveva girato in poppa e rinforzato. Il mio istinto non ha fallito. Se mi fossi fermato, saremmo rimasti bloccati da qualche parte per almeno 3 giorni. Ora siamo passati e dobbiamo solo cercare una rada dove dare fondo e riposarci.

I ragazzi iniziano a svegliarci, sentendo nel dormiveglia che il ritmo dell’onda é cambiato e percependo l’arrivo. Giù la randa, mi addentro nel Canal SurOeste, nella Boca Chica e dopo 20 minuti, cioé adesso, siamo ancorati saldamente a Caleta Ideal. La barca si sveglia, nella calma del rifugio naturale. Qualcuno mette su l’acqua per il thé. I ragazzi dell’equipaggio terminano di rassettare la coperta. Il tepore del riscaldamento inizia ad asciugare l’umidità all’interno.

Caleta Ideal é un lago di tranquillità.
E fuori si scatena la burrasca.

Crollo dal sonno. Vi scriverò ancora domani.

Puerto Chacabuco e Puerto Aysen

lunedì 19 febbraio 2007

Nel tardo pomeriggio, dopo una giornata intera di navigazione, raggiungiamo Puerto Chacabuco. La baia circondata da monti, tra i quali ne svetta in particolare uno per la cima coperta da un enorme ghiacciaio azzurro. Terminato l’ancoraggio, parte la spedizione esplorativa sul tender.
L’obiettivo è un fiumiciattolo sulla destra che Andrea pensa ricco di pesce.

Una volta arrivati in prossimità della foce, accade l’irreparabile. I nostri quattro lupi di mare riescono ad arenarsi e una decina di gabbiani, camminando (non nuotando!!!) in dieci centimetri d’acqua guardano incuriositi. Dopo esserci ripresi dalle risate, scatta l’operazione disincaglio, che per fortuna rapida e di successo praticamente immediato.
Cambiamo direzione e decidiamo di approdare vicino all’imbarcazione di un pescatore locale. Avvicinandoci notiamo che lui e suo figlio stanno pulendo salmoni e trote. I tratti del viso del signore sono duri e marcati. La pelle scura, solcata da rughe, i lunghi baffi neri e gli occhi a mandorla, lo fanno sembrare quasi orientale. Il piccolo fiero di assistere suo padre e allo stesso tempo incuriosito dalla nostra presenza. Chiediamo il permesso di ormeggiare al molo e ci
viene concesso.

Ci fermiamo un attimo a parlare con lui. Ci racconta, in maniera concisa e diretta, che la sua attività consiste nella pesca con reti da posta. Anche qui a Puerto Chacabuco cè una grossa salmonera, con gabbie a mare, ed molto probabile che il suo pescato siano pesci scappati dall’allevamento o comunque generazioni successive, visto che il salmone non è nativo del Cile, ma è stato introdotto a fini commerciali.
Salutiamo e ringraziamo il nostro amico e andiamo a passeggiare sulla spiaggia. Il colore marrone della battigia in netto contrasto con il verde brillante dell’erba che la circonda. La spiaggia larga solo una quindicina di metri e subito dopo si estendono verdi pascoli. Gran parte dei colli è stata infatti disboscata per l’allevamento di bovini. Dopo un tentativo di pesca alla traina con il tender, miseramente fallito (per la disperazione di tutti, tranne che di Ale) torniamo su Adriatica.
Ceniamo tutti insieme a bordo e da buoni pirati condiamo il dopocena condito con un goccio di rum.

La mattina seguente sbarchiamo a Puerto Chacabuco. Passiamo in mezzo al porto e rimaniamo impressionati dall’enorme quantità di container frigo pronti ad esportare salmoni in tutto il mondo. Un olezzo nauseante aleggia prepotente in questa parte del porto, proveniente sia dalle reti messe a seccare al sole, che da casse e casse di salmoni lasciati a marcire, probabilmente perchè considerati non commerciabili… rimaniamo sconcertati da questo enorme spreco.
Usciamo dal porto e ci dirigiamo alla ricerca della fermata dell’autobus che ci porterà a Puerto Aysen.
Dopo una veloce visita a questo paesino colorato e riempita la cambusa, andiamo a riposarci, domani ci aspettano bocca Wickam e l’oceano aperto.

Rada di Chacabuco. All’ancora.

domenica 18 febbraio 2007

Chacabuco é il porto ufficiale di Puerto Aysen che vede oramai condannato il suo destino marittimo a causa dell’insabbiamento del Rio Aysen, antica via di accesso alla città.

Questa città, una delle poche del sud cileno, fu creata per popolare questa regione allora disabitata e per lo sfruttamento a pascolo del territorio. Una zona di un milione di ettari fu destinata al pascolo e migliaia di persone si trasferirono in zona per lavorare al servizio di due società che dovevano sviluppare l’allevamento. Le due società iniziarono a litigare per le concessioni negli anni ‘40 e a causa dell’assenza del controllo dello stato iniziarono a disboscare a forza di incendi la foresta, fino a compromettere 3 milioni di ettari di terre. Dell’allevamento se ne fece poco o nulla. La deforestazione si ritorse contro gli abitanti che videro il loro fiume colmarsi con le terre erose dalle acque delle piogge non più trattenute dalla vegetazione.

Oggi la nuova minaccia é data dalla volontà di costruire due dighe sui fiumi che sboccano nel golfo e dalla richiesta di una azienda canadese che intende installare una fabbrica di lavorazione dell’alluminio, con gravi conseguenze ecologiche.

Adriatica spesso raccoglie i racconti delle persone che incontra nel suo lungo viaggiare. E noi ci facciamo volentiere portavoce o testimoni delle loro esigenze, sebbene non abbiamo mezzi per aiutarli oltre alla divulgazione.

Il golfo é spettacolare, rovinato solo dalla presenza di alcune salmonere (allevamento intensivo di salmoni di cui il Cile é il secondo produttore mondiale) e  dalle moderne costruzioni che stonano un po’ con l’ambiente tipico che hanno gli altri villaggi che abbiamo incontrato sulla  nostra rotta come Melinka e Puerto Aguirre.

Le montagne sono a picco su questo lungo canale che termina in un paio di golfi chiusi da due isole lunghe, a protezione della corta ma fastidiosa onda che si produce quando spira il freddo sud-ovest. Le cime sono innevate e due stupendi ghiacciai sovrastano a ovest la baia. Il fiordo, che qui chiamano “estéro” assomiglia al lago di Como. Ma lungo tutto il suo percorso avremo incontrato non più di 10 casette al fondo di piccole baie. I colori sono gli stessi del Lario in primavera, quando ancora le nevi coprono i monti circostanti fino a 1000 metri di quota.

Le nubi basse, nembi o cumuli per lo più, avvolgono le montagne in un abbraccio suggestivo che mescola i grigi ai verdi dei boschi e ai bianchi dei nevai.

Abbiamo ancorato alle 19:00 con 60 metri di catena su 14 metri di fondo sabbioso. L’ancora deve essere penetrata di buoni 50 centimetri, da come resisteva al vecchio volvo che tirava in marcia indietro a 1.200 giri.

I ragazzi di Padova hanno deciso di partire subito in esplorazione con il gommone. La spiaggia e il piccolo fiume che sbocca proprio davanti alla prua di Adriatica sono un terreno di scoperta inestimabile per questi giovani biologi. La loro giornata di oggi é stata eccezionale.

Lungo la rotta di 50 miglia che unisce Puerto Aguirre, dove abbiamo sostato per la notte, a Chacabuco é stata interrotta da una spettacolare sosta in un piccolo arcipelago di 5 isole e alcuni scogli chiamati Cinco Hermanos (i cinque fratelli). Parco ufficiale all’interno di una zona che meriterebe di esserlo totalmente, queste isole offrono una diversità biologica di notevole interesse. Un gruppo di cormorani osservava la scena dell’ancoraggio indecisi se abbandonare impauriti la roccia su cui si erano posati o fare finta di nulla, sopportando la presenza intrusa di questi 12 umani vestiti di rosso su una barca rossa. L’equipaggio si é diviso in 3 gruppi: i prof sono sbarcati su una spiaggia a caccia di conchiglie e altri animali acquatici (bivalvi… dicono!). I ragazzi sono andati in gommone con Marcone a perlustrare un paio di baiette e noi dell’equipaggio siamo rimasti a bordo, a sorvegliare l’ancoraggio precario. La fortuna ha voluto che i 4 giovani padovani fossero accolti da due leoni marini che giocavano intorno al gommone. Una femmina e un giovane che si divertivano a non più di due metri di distanza.

Anche Mariella e Rudy, i due prof, hanno avuto fortuna. Nel breve tratto esplorato hanno potuto raccogliere i resti di almeno 9 specie differenti. Una vera manna per loro.

L’ambiente era davvero primitivo. Non un segno di presenza umana disturbava l’occhio nel dedalo di canali dove il vento teso da nord ovest giocava con i mulinelli della corrente di marea. Un leggero odore di umidità sopraggiungeva nei momenti in cui la pioggia fine avvolgeva Adriatica, dondolante a meno di 20 metri dalla roccia grigia.

Al ritorno degli esploratori li aspettava un riso fumante e il pane fresco fatto a bordo che é stato divorato accompagnando l’ultimo pezzo di parmigiano e dell’affettato.

Un brivido dopo la partenza! Sollevata l’ancora, che era stata opportunamente agganciata a un grippiale* per poterla spedare* se si fosse incagliata, ho deciso di percorre una “passe” poco dettagliata sulla carta. Da 40 metri, all’improvviso, 7 metri!… Macchina indietro e un grido nel VHF portatile che mi collegava a Ric, a prua: “Ric, controllo visivo! Cerca scogli o pericoli… Il fondo mi é salito all’improvviso…” Dopo un’attimo lo scandaglio indicava 2 metri. “2 METRI”!!!

Impossibile.. Forse delle alghe, così spesse in questa zona, da costituire una barriera al segnale sonoro dello strumento. No, un attimo, ragioniamo. Ho pensato rapidamente che se davanti a me si stagliava una barriera non poteva che essere rocciosa, data la conformazione delle isole. In un secondo mi si é visualizzata la chiglia di Adriatica che cozzava contro una roccia accuminata ferendosi gravemente. Ho visto la fenditura nello stucco come una profonda ferita.

Ho sofferto come soffre chi vede un suo caro colpito fisicamente…

Ma é durato solo un attimo. Un momento dopo la ragione ha ripreso il sopravvento e già davo macchina indietro, quasi istintivamente. Fermavo la barca per avere qualche secondo utile a ragionare. Ho preso due rilevamenti a terra e ho chiesto a Ric conferma di ciò che vedeva.

“Tutto libero!” mi confermava. Pian piano, con la fresca memoria di ciò che avevo letto sulle istruzioni nautiche per quel tratto di mare, ho accostato a sinistra, dove oltretutto l’orografia del terreno mi lasciava intuire una maggiore profondità. A mezzo nodo, in marcia avanti e con il Sonar che Damiano aveva opportunamente acceso, siamo usciti dall’area pericolosa, per ritornare alla tranquilla navigazione nel canale principale, in direzione di Chacabuco, dove siamo arrivati 3 ore dopo.

Ora Mariella sta preparando degli spaghetti con un profumatissimo sugo.

Per fortuna che noi italiani abbiamo la cultura della cucina. E’ un grande aiuto la gastronomia!

A presto, da Adriatica

Grippiale: cima agganciata all’ancora, dalla parte opposta alla catena, che serve letteralmente per rivoltarla o sfilarla nel caso si incastri sotto una roccia.

Spedare: sollevare l’ancora dal fondale, liberandola, con il verricello.

Costa orientale dell’isola di Chiloé

giovedì 15 febbraio 2007

Siamo di nuovo in rotta per il sud. Anzi… per il “Sud”!

Imbarcati i ragazzi di Padova (Elisa, Andrea, Alessandro e Emilio) e i due Prof accompagnatori (Mariella e Rudy), navighiamo in direzione di Melinka, al di là del Canale Guafo, che divide l’Isola di Chiloé dall’entrata del Canale Moraleda. Si tratta di uno specchio d’acqua di quasi 30 miglia aperto a ovest all’Oceano Pacifico. Fino a poche ore fa questo mare era in burrasca. Ora tutto si é calmato e probabilmente la notte sarà tranquilla, permettendoci una veloce traversata. Il vulcano Corcovado, che da il nome a questo spechhio d’acqua interno, si staglia a SE, imponente e innevato. A ovest il sole é tramontato in una suggestiva esplosione arancione e rossa. Le nuvole grigie si sono accese per alcuni minuti regalandoci un panorama eccellente.

Il freddo intenso non scoraggia nessuno dei ragazzi dallo stare fuori, in coperta, a gustarsi lo spettacolo di una natura ancora parzialmente selvaggia. Stanotte non c’é luna. Siamo nella settimana “scura” del mese e le stelle saranno le nostre compagne di viaggio. Mauro, il nostro nuovo cameraman, scopre nuove costellazioni confondendone i nomi che suonano nuovi alla sua memoria di giovane navigante.

Adriatica taglia la rotta tranquilla. Il motore gira regolare con il suo suono da vecchio ed esperto diesel. La prua divide per pochi istanti lo specchio d’acqua che si stende calmo di fronte a noi, per poi richiudersi dietro la nostra poppa, mano a mano che la scia si spegne.

In cucina prepariamo la cena. Carbonara. Un piatto per ricordare casa, a 8 mesi di distanza da qua: 10.000 miglia! 19.000 km…

I ragazzi hanno già messo giù la tavola, segno che la fame aveva già risvegliato l’appetito. E poi, il freddo, si combatte anche con un buon piatto di pasta.

La prima giornata di mare é trascorsa tranquilla. L’equipaggio riprende i turni soliti. Ric e Ferdy, Marco e Damiano e poi io. Tre ore, tre ore e due per me che sono solo.

I ragazzi di padova si offrono di farci compagnia. Benvenuti, a riempire di domande le nostre notti silenziose. Ricardo ha già iniziato la sua lezione sulle stesse dell’emisfero sud.

Orario previsto di arrivo a Melinka, la prossima isola, mezzogiorno. Ma forse impiegheremo meno tempo, perché la corrente che ora ci é contraria, ci aiuterà.

Il radar gira costante indicandoci gli ostacoli in questa notte buia. Un comunicato alla radio ci avvisa di un rimorchiatore che sta trainando una barca nella nostra zona, ma fortunatamente un po’ più a est. Sono pericolosi, perché il cavo tra le due unità raggiunge i 200 metri e se ci passi in mezzo inavvertitamente sono guai.

Ora vado a dormire 3 ore. Alle 2 del mattino tocca a me. Ho già freddo!

All’ancora nel Golfo di Castro, capitale di Chiloé

mercoledì 14 febbraio 2007

Siamo ancorati nella rada di Castro, un cittadina di 30.000 abitanti, sulla costa est di Chiloé. E’ la capitale dell’isola, ma ben piccola.

Anche se molto caratteristica, con le case di legno su palafitta che due volte al giorno hanno i piloni immersi nell’alta marea. La temperatura dell’acqua é di 13 gradi. Questo non ha però impedito a Damiano di tuffarsi due volte. La prima per andare a ingrassare l’elica della barca, ben bardato nella sua muta da 7 mm con bombole, GAV, pesi e pinne gialle. La seconda volta meno volontariamente, causa un errore di manovra del tender che é partito senza di lui. Un carpiato e successivo tuffo. Nulla di grave, ma tanto freddo.

Patrizio é con noi da ormai 5 giorni e insieme ai 2 professori e 4 alunni dell’università di Padova stiamo percorrendo l’isola in lungo e largo (in 10 in un pulmino da otto) alla ricerca di animali interidali (…o qualcosa di simile), conchiglie, pesci abissali o quasi e varie specie marine e terrestri dalla forma e dalla storia genetica strana. Ci accompagnano amici ciloti che ci raccontano delle tradizioni, della storia e della cultura di questa splendida zona del Sud America.

Scopriamo panorami fantastici. Spiagge lunghissime aperte all’onda oceanica che accolgono colonie di pinguini e leoni marini. L’altro giorno, camminavamo sulla battigia di una spiaggia del nord, scoperta dalla marea, alla ricerca di specie a noi sconosciute di bivalvi e altre conchiglie, quando accanto a noi, a pochi metri, é apparso un leone marino che ci ha accompagnato incuriosito. Si muoveva parallelamente a noi, lungo la costa, sbirciando incuriosito il nostro lavoro.

Le “gite” si sono susseguite all’infernale ritmo imposto da Patrizio: sveglia alle 6, almeno 4 luoghi al giorno da visitare e rientro non prima che faccia buio. Estenuante, ma necessario. Sia per le riprese di Velisti per Caso che per il lavoro di ricerca degli universitari.

E’ così che abbiamo parlato con pescatori, artigiani, commercianti alla scoperta di tradizioni antiche. Il direttore del museo del piccolo borgo di Dalcahue ci ha raccontato la storia dell’isola e alcuni miti, che qui resistono solidi nella mente dei padri, ma che rischiano di perdersi nella memoria dei figli, costretti ad allontanarsi sempre più dalla tradizione famigliare e dai lavori tradizionali da una occidentalizzazione e una globalizzazione dei costumi e delle abitudini.

Storie indie si fondono a tradizioni europee importate nei secoli scorsi. Così la leggenda dell’Olandese Volante diventa il mito del veliero Caleuche. La storia delle sirene di Ulisse si trasforma nella favola di una regina del mare, metà donna e metà pesce, che semina la fecondità tra le onde affinché i pesci possano riprodursi numerosi. Cai Cai Vilù e Tai Tai Vilù, i due serpenti di mare e di terra, lottano per la supremazia nella costruzione del mondo e finché Tai Tai Vilù vincerà, Chiloé, la terra, esisterà più alta dei flutti dell’oceano. E così via, tra credenze ancestrali, stregoni, miti nuovi o rivisitati e vita al contatto con la natura. Selvaggia, dura, ma già troppo antropizzata.

3 sere fa, al nostro arrivo da Ancud, altra cittadina dell’isola, ci ha accolto la festa del paese. Castro festeggiava i 440 anni di esistenza con musica e fuochi d’artificio. Così vicini alla barca che le esplosioni erano praticamente sopra l’albero di Adriatica.

Il mio equipaggio alterna i lavori di preparazione al viaggio a momenti di riposo, indispensabili prima del lungo periodo di navigazioni australi. I ragazzi dell’università si accomodano a bordo iniziando a conoscere la vita di una barca, i suoi ritmi, le sue particolari modalità: risparmio energetico, risparmio dell’acqua, trattamento dei rifiuti organici, spazi ristretti. Già iniziano a esaminare campioni con il loro microscopio e la formalina diffonde il tipico odore di laboratorio tra le cabine. Alcuni campioni verranno stoccati in barca e riportati in Europa alla fine della navigazione.

Marco, Ric e Damiano si occupano di riparare il supporto del Radar mentre Mauro, in nuovo operatore, fa pratica con un mondo a lui sconosciuto dove dovrà realizzare le immagini che relazioneranno il nostro viaggio. Che vantaggio rispetto a Darwin. Lui aveva un disegnatore che lo seguiva ovunque e lui stesso disegnava ciò che vedeva di interessante.

Così gli ci vollero più di 20 anni per diffondere al pubblico le immagini di ciò che aveva visto. A noi basteranno alcuni mesi.

Domattina partiamo per Melinka, altro villaggio su un’isola più a sud.

Patrizio ci lascerà per qualche giorno, diretto in Perù, dove lo aspetta Fabio Tonelli, amico già frequentato alle Galapagos, per una spedizione all’interno del paese. Ci ritroveremo a P.to Natales il 2 marzo, con tante cose da raccontarci.