Archivio della Categoria 'Darwin'

Caffé & Crackers

martedì 26 dicembre 2006

Cabo Blanco é l’estremità più occidentale del continente Sud Americano. Ci avviciniamo lentamente alla costa del Perù, che costeggeremo per oltre 1.000 miglia prima di entrare in acque cilene. Non ci avvicineremo mai troppo alla costa, anche per evitare i pericoli rappresentati da alcuni basso fondi e da una decina di isolotti su cui l’oceano frange con tutta la sua potenza e dove la corrente ci trascinerebbe se ci avvicinasimo troppo. Anche dai principali porti peruviani conviene stare al largo. E’ già un paio di settimane che riceviamo allerte dal Centro Anti Pirateria di Kuala Lumpur, in Indonesia. Questo ufficio coordina tutte le attività anti pirateria al mondo e ha segnalato già 4 attacchi a navi e barche nella zona di Callao (Lima). Due erano imbarcazioni da diporto all’ancora in rada. Inoltre non é ancora stata trovata la barca a vela americana che dal Perù risaliva verso il nord e che non ha dato più notizie di se da ormai 30 giorni. Naufragio? Attacco di malviventi? Nessuno lo sa. Quindi navighiamo a prudente distanza dalla costa, in modo da essere fuori portata dalla vista e dall’autonomia dei motoscafi di questi malfattori.

La navigazione prosegue tranquilla, sebbene di bolina e contro vento. Siamo in leggero ritardo sulla tabella di marcia, ma conto di recuperare nonappena il mare si calmi un po’ e Adriatica riesca ad avanzare più stretta al vento. Ora, per quanti sforzi facciamo, l’angolo migliore non é inferiore a 60°. Il cielo durante il giorno si aère e l’azzurro terso risalta tra le nuvolette a batuffolo dell’aliseo. La notte, a causa della condensazione dell’umidità dovuta alla differenza di temperatura tra l’aria, calda e asciutta e il mare, umido e freddo per la corrente di Humboldt che trasporta a queste latitudini le fredde acque dell’antartico, si forma una cappa di cumuli che mano a mano oscura lo spendido cielo della notte equatoriale.

“Sono le 23 della sera. Orione sale lentamente verso l’azimut. Cassiopea indica involontariamente la direzione del Nord, giacché la Polare é già invisibile. Iniziando da Est la foschia inizia a attenuare la nitidezza delle costellazioni che accompagnano il primo turno di guardia, quello che dalle 21 porta a mezzanotte. Già i nuovi montanti si organizzano per il secondo turno:

“Fa freddo ragazzi? com’é? la fuori”
“Tutto OK, comincia a coprirsi, serve la cerata per l’umidità. La temperatura, ancora va!”

Mezzanotte. Cambio turno. Caffé. Crackers. Il cielo si comincia a scurire a macchie. Si percepisce la presenza della nube dalla macchia senza stelle che intravedi a levante. Due, tre, cinque, dieci macchie… La notte senza luna avanza e lo splendore del cielo si smorza. Ora é coperto completamente. Il buio “é” buio… La sensazione di solitudine si accresce in questo momento della notte. Per fortuna sono le 3, é ora del cambio.

“Vai a dare una mossa ai montanti!”
“Sì, vado, e gli faccio anche un caffé, che ne avranno bisogno”.

La nuova coppia sale stropicciandosi gli occhi nell’oscurità totale. Ogni tanto qualche spruzzo di un’onda che si schianta sulla prora giunge fino in pozzetto, e completa la sveglia dei nuovi venuti. Il sapore amaro del caffé in bocca. Nessuna voglia di parlare, ma tanta di dormire… La cuccetta era ben calda!… Ora fuori comincia a far fresco. Cerata, cappello di lana, scarpe.

“Caspita, ma non siamo all’equatore? Io non pensavo.. Chissà cosa dev’essere in Cile, nei canali. Là si che beccheremo del gran freddo!”
“Si, fortuna che Fil ha montato il Webasto, il riscaldamento ad aria, sennò…!”

In mare non é come a terra. Umido e vento abbassano notevolmente la temperatura dell’ambiente e per questo dove, alla stessa latitudine, ci sono foreste tropicali e deserti, in mare si può tremare di freddo. Sono le 5 passate ormai. I ragazzi del turno faticano a tenere gli occhi aperti. Lo sguardo che fino a poco prima controllava velocità e direzione
del vento, ora insiste ripetutamente sull’orologio:

“Maledizione, l’ultimo turno della notte é il peggiore, e l’ultima ora di questo turno non passa mai!”
“Hai ragione… Vado a scrivere il libro di bordo, sennò mi addormento. Non staccare la cintura di sicurezza, che sei solo, al timone…”
“Si, certo. Mica voglio finire in mare a 400 miglia dalla costa più vicina, di notte e con tutti a bordo che dormono!… Dai una mossa ai montanti… Che guadagnamo 5 minuti, dai!..”

Già si percepisce un cambiamento nel buio. Il bordo delle nuvole più a levante si intravede più chiaro. Un nulla, ma già si vede. L’aurora si prepara. Il sole uscirà tra più di un’ora, ma qualcosa sta cambiando. E l’aria comincia a perdere una parte della sua umidità, una buona parte della quale si é depositata sulla barca, sulle vele e sull’attrezzatura, gocciolanti, nell’attesa del caldo mattino che le asciugherà. Il nuovo turno é in coperta. E’ il turno privilegiato, perché ha dormito da mezzanotte alle 6 ed é quello che si riposa di più, siccomne il sonno di queste ore rispetta l’orologio biologico del nostro corpo. E’ per questo che i due del mattino si occupano di rassettare la barca dopo la notte. Sfruttando l’umidità depositata dalla notte, con una spugna, ripassano la coperta per toglierle il sale degli spruzzi notturni. Alcuni pesci volanti, ciechi nella notte scura, si sono involontariamente suicidati contro Adriatica. Ora ne raccogliamo le carcasse e le gettiamo in mare, dopo averne ammirato l’apertura delle pinne, vere e proprie ali.

“Tò, stanotte anche un calamaro ha deciso di farla finita… Meno male che é uno di quelli piccoli. Ti immagini se fosse un calamaro gigante che si innamora del rosso scafo della nostra barca!”
“Non voglio nemmeno pensarci. Per fortuna che Adriatica é di acciaio, sennò in una collisione contro uno di questi mostri marini o contro una balena ci lasceremmo lo scafo…”
“Dì, invece di pensare ai mostri marini, guarda che colori stamattina!”

Le nuvole che iniziano a diradarsi, come una folla di gente dopo uno spettacolo di piazza, a gruppi, oppure solitarie, restando ancora qualche capannello qua e là, lasciano spazio ai primi raggi del sole, fulgidi, dritti, allegri. Un nuovo giorno inizia su Adriatica.

Un nuovo giorno inizia qui sul Pacifico orientale, 85° di longitudine Ovest.

Filippo Mennuni, Comandante di Adriatica – www.velistipercaso.it

Le isole di San Cristobal e Isabela

venerdì 15 dicembre 2006

Darwin alle Galapagos ci si fermò prima di proseguire il lungo viaggio di ritorno verso l’Inghilterra. Già da tempo alcuni pensieri “inaccettabili” per la mentalità del tempo che giustificava la genesi della terra secondo la stretta interpretazione biblica stavano affollando la mente del giovane naturalista. Un terremoto avvenuto nel Cile meridionale aveva sollevato la costa di circa 2 metri e questo giustificava pienamente l’esistenza di conchiglie e fossili marini in alta quota, sulle Ande: e se la terra galleggiasse su un enorme lago di lava fusa e incandescente che ogni tanto riesce a bucare la superficie? E come erano arrivati, si erano generati animali e piante simili in continenti diversi? E l’uomo stesso? Inutile convincere FitzRoy, radicato nella sua cultura religiosa. Fu difficile convincere il mondo 20 anni dopo!
Dal 16 settembre al 20 ottobre 1835 i nostri protagonisti sostarono alle Galapagos (che significa Tartarughe Giganti), un gruppo di isole assai frequentate dove ogni anno sostavano dalle 60 alle 80 baleniere americane per procurarsi acqua dolce e carne di tartaruga. Stoccate nella stiva riescono a sopravvivere molti mesi senza cibo ne acqua.

Mentre l’equipaggio del Beagle si dedicava alla solita opera di cartografia, al riposo e alla pesca, il giovane Charles elaborò nella sua mente l’abbozzo di una teoria nuova sull’origine della vita sul nostro pianeta e il suo svilupparsi. Riordinando la sua raccolta di animali e piante si accorse che la maggior parte delle specie erano uniche, pur assomigliando a quelle del Sud America. Inoltre le stesse specie differivano da un’isola all’altra sebbene lontane di poche miglia. La specie che maggiormente lo stupì era quella dei fringuelli, che avevano un becco diverso a seconda del cibo differente che potevano trovare sulle diverse isole. La ragione gli apparve chiara da subito: attraverso le successive generazioni un processo di adattamento li aveva sviluppati adattandoli. L’isolamento aveva favorito questa evoluzione.
Lo stesso accadde con le tartarughe, diverse tra le isole e le iguane, diventate marine da terrestri. La sua teoria era ormai questa: il mondo non poteva essere stato creato in un solo istante o in una settimana, ma era il frutto di una evoluzione continua di qualcosa di infinitamente primitivo.
Le isole Galapagos dovevano essere assai recenti rispetto alla costa continentale Sud Americana. Gli uccelli erano stati i primi colonizzatori, poi le tartarughe nuotando e le iguane, arrivate su tronchi d’albero alla deriva. Gli uccelli avevano trasportato semi nei loro escrementi. Questi erano attecchiti e si erano poi sviluppati in modo autonomo dalla specie madre americana. Ecco come, probabilmente, anche i grossi bestioni di cui aveva trovato ossa fossili in Patagonia potevano essersi estinti: quando l’istmo di Panama si era chiuso specie più forti era giunte dal nord che ne avevano causato l’estinzione. E si spinse anche oltre, ipotizzando che anche l’uomo – scandalo! – avesse dovuto essere quanto mai primitivo e si era evoluto grazie all’adattabilità e all’aggressività.

Adriatica ha visitato 2 delle 4 isole dove discese Darwin. San Cristobal e Isabela. Poi é stata anche a Santa Cruz. Ha dato fondo sulla steassa sabbia che accolse l’ancora del Beagle. Il paesaggio é immutato, a parte la zona antropizzata. Per il resto l’immagine naturale é identica e preservata.

Scesi a terra, Ric, Ferdi, Marco, Emanuel, Gianni e io abbiamo ripercorso sentieri che sicuramente incrociano quelli su cui si mossde il naturalista inglese. I panorami sono identici: rocce vulcaniche, boschi apparentemente secchi o foreste rigogliose nel lato sopravvento delle isole che risaltano nel sole equatoriale. I colori sono vivi, sebbene più uniformi rispetto a quelli a cui siamo abituati in Mediteraneo.
Abbiamo riscoperto piante come il pomodoro (che abbiamo assaggiato: é proprio uguale, nel sapore), originario delle Americhe e importato in Europa solo da pochi secoli, che qui cresce selvaggio come un’erba.

Navigando tra le isole abbiamo incontrato iguane che nuotavano a miglia da terra, razze che spiccano salti fenomenali al di fuori dell’acqua. Squali (ne abbiamo intravisto solo le pinne) e balene. Delfini a decine e decine che festeggiavano Adriatica dividendone allegramente la scia. Fregate, Gabbiani, cormirani delle galapagos, pellicani, pinguini…

Ci sentiamo dei privilegiati per essere qui. Le autorità ci hanno concesso libera navigazione in quasi tutte le aree. Normalmente i velieri che giungono alle Galapagos devono sostare senza muoversi in uno solo dei tre porti autorizzati e lasciare le acque entro 3 giorni. Al massimo possono prolungare fino a 15 se hanno dei problemi. Noi avevamo un permesso rinnovabile di 2 mesi. Peccato dover partire.
Come FitzRoy ho degli impegni da rispettare. Lui doveva rientrare in Inghilterra e cartografare ancora parte del Pacifico e dell’Indiano. Io ho tanti appuntamenti lungo le coste Cilene, Argentine e Brasiliane per realizzare immagini da mostrarvi e racconti da scrivervi.
Ciao a tutti.

Adriatica come il beagle.

Filippo Mennuni, Comandante di Adriatica – www.velistipercaso.it

Chiudo il gas, e vado via…

lunedì 11 dicembre 2006

Carissimi,
alla fine… sto partendo.

Quando mettiamo in pista un’idea (io, Syusy, Orso, Sandro e tutti gli altri nostri numerosi amici e complici) poi non abbiamo idea (appunto) di quel che comporta, di quel che succederà. Adesso che sono davvero qui a fare la valigia, mi rendo conto.
Mi rendo conto dell’impresa terribile a cui vado incontro, mi rendo conto del casino che abbiamo mosso e che adesso, muovendosi a sua volta, rischia di travolgerci!
Adesso mi rendo conto della responsabilità che ci siamo assunti: un viaggio lungo sei mesi, che coinvolge circa 130-140 persone, 7000 miglia di mare impossibile, 12 tappe che vanno dai 5.000 metri delle Ande ai fiordi del Canal Beagle.

Finora questo “Evoluti per Caso” sulle tracce di Darwin sembrava una splendida utopia, una provocazione, una idea appunto.

Adesso invece Adriatica sta davvero navigando da Panama verso le Galapagos (e tra parentesi ha il vento contro, una perturbazione che ci minaccia da nord e onde alte in faccia) ed è in ritardo.

Adesso davvero ci siamo.

Tra pochissimo io parto, con Andrea Sorricaro (detto Triglia, un veterano di Adriatica che ha fatto anche una traversata atlantica) in qualità di regista-operatore, e con Marco Schavina (detto Orso, credo che non abbia bisogno di presentazioni) in qualità di stratega turistico.
Durante il viaggio aereo ci incontreremo col gruppo dell’Università di Roma Tor Vergata, coordinato dal Professor Gabriele Gentile, biologo-avventuroso, amante delle iguane.
E poi ci raggiungeranno gli ingegneri dell’ENEL, per confrontarci sulla sopravvivenza umana, cioè sulle idee che, in tema di energia, potranno “salvare il mondo”, in prospettiva, dalle varie catastrofi ecologiche che incombono sull’umanità. Umanità che – me lo ha insegnato Darwin – è arrivata sulla terra per caso e, non per caso, potrebbe estinguersi, senza che la terra ne risentisse (anzi!).

Poi ci raggiungerà Flavio Tucci (detto Flavio Tucci) come secondo regista operatore (anche lui velista, ha documentato tutto il recente viaggio di Adriatica ai Caraibi), assieme a due grupponi universitari, provenienti da Bologna (Marco Passamonti) e da Siena (Francesco Frati).

Assieme a loro gireremo le isole, assieme a loro visiteremo i luoghi di Darwin, rincorreremo le iguane, vedremo le tartarughe giganti, cercheremo i famosi fringuelli che con i loro becchi hanno dato a Darwin lo spunto decisivo per formulare le sue teorie.
Insomma: devo cominciare a fare mente locale su questa impresa, che dovrebbe servire a divulgare soprattutto il fascino della Scienza.

Mi sono messo in valigia gli appunti, il Diario di Darwin, i libri di Guido Barbujani e di Telmo Pievani. Ho anche un riassunto dell’editoriale Scienza di Trieste, ho la mappa dell’editore Motta, ho anche un libro di Luca Novelli, un’altro edito da Codice di Eldredge, e penso anche di prendermi un numero di Tex per sentirmi un po’ confortato.
Dopo di noi, alle Galapagos, arriva anche un gruppo di… bambini. Si tratta di una decina di ragazzini di circa 10 anni, figli di scienziati. Guida il gruppo di genitori e figli, una nostra amica con suo figlio, Paola Catapano, del CERN. Anche loro filmano e poi racconteranno, assieme a noi.

Torno (spero) a Natale, poi Adriatica parte dalle Galapagos e arriva in Cile, dove dovrà esserci ad aspettarla Mario Tozzi, poi Mario torna a casa e arriva Syusy con un altro gruppo dell’Università di Bologna, guidato dallo tsunamista-maremotologo Tinti, poi in febbraio tocca ancora a me… ecc ecc.

Perchè ho contribuito a mettere in piedi tutto questo casino???
Mah… un po’ per caso. Ma il caso – me l’ha spiegato il mio amico Guido Barbujani, genetista evoluzionista – è uno dei fattori chiave dell’Evoluzione! Perchè credete che stia succedendo tutto questo can can contro il povero Darwin? Ma perchè ha dimostrato che, se siamo al mondo, è appunto “per caso”. Ed è questo ruolo del caso (contrapposto alla creazione consapevole di un Dio, al destino, a tutto ciò che “sta scritto”) che scandalizza e che provoca le reazioni dei creazionisti. Non riusciamo a rassegnarci ad essere “uomini per caso”, ma nel mio caso si tratta di una vocazione al caso, praticamente non ci faccio nemmeno più caso, per cui, sarà il caso che mi assuma le mie responsabilità.

Insomma, cari amici, amici cari, addio! Chiudo il gas e vado via.
Se, alla fine di tutto, quando spero saremo in onda in TV, anche un solo bambino deciderà che da grande vuole fare il ricercatore anziché il calciatore, tutto questo avrà avuto un senso…

Patrizio Roversi – www.velistipercaso.it

Il viaggio inizia a Puerto Ayora. Ancorati in rada a Bahia Academia.

martedì 5 dicembre 2006

Alla fine eccomi qui, 10.000 miglia dopo la partenza da Rosignano, pronto a ripercorrere non solo idealmente le orme di Robert FitzRoy, il comandante del Beagle che ebbe a bordo durante quasi 5 anni il 22enne Charles Darwin, scienziato in erba afflitto dal più cronico dei mal di mari.

Inizia alle Galapagos la parte saliente della nuova avventura di Adriatica, che ripercorrerà – al contrario, è vero, ma ci sono valide ragioni – la stessa rotta del brigantino inglese che nel 1833 salpò da Devonport per una campagna idrografica destinata a restare nella storia.

Personaggio integerrimo, comandante già prima della trentina, FitzRoy era un marinaio perfetto. Inglese fin nel più profondo del suo animo, esplorò le coste del Sud America ridisegnando la maggior parte della cartografia del 19imo secolo. Grazie a lui le navi di sua maestà prima, e quelle di tutte le altre marine poi, potettero spingersi attraverso i canali della Patagonia e del Cile con maggiore tranquillità. Metodico nello scovare nuove rade, baie, approdi, nel rilevare pericoli e bassi fondali, fu anche uno degli inventori della meteorologia moderna e gettò le basi di buona parte della cartografia nautica occidentale.

Comandava un due alberi di poco meno di 30 metri in cui riuscì a stivare 77 persone con i più svariati compiti. Per fare un paragone, Adriatica è lunga
22 metri e quando siamo in 12 a bordo si soffoca per la mancanza di spazio!
Ufficiali, marinai, cuochi e camerieri, 8 soldati in armi, carpentieri, 2 artigiani velai, un fabbro, un pittore (come fosse un fotografo di oggi), un cartografo, un medico (che poi sbarcò a Rio, e fu l’unico a trovarsi male al servizio di FitzRoy) e un infermiere, gabbieri e nocchieri e… un biologo con compiti di raccolta e relazione scientifica: il nostro Charles Darwin. A bordo c’erano anche 3 indigeni fungini (cioè della Terra del Fuoco) che FitzRoy aveva portato in Inghilterra durante il suo precedente viaggio perché venissero educati e apprendessero l’inglese al fine di favorire i rapporti tra le popolazioni indigene e le navi di sua maestà e un giovane missionario, di soli 22 anni, che aveva il compito di diffondere la parola di Dio tra le genti della Terra del Fuoco aprendo una missione: non gli andò tanto bene e fu recuperato dopo non molto tempo!

Insomma, un universo eterogeneo che durante 5 anni convisse, esplorando e scoprendo, su una nave che oggi, ad uno sguardo superficiale, sembrerebbe un “collegio” galleggiante: il più anziano e di gran lunga, aveva 36 anni! E non era FitzRoy…

Ma torniamo a Lui. Magro, alto, elegante nei modi e coltivato nella mente, era per Darwin il perfetto esempio del Comandante di Marina. Un perfetto marinaio con ampie conoscenze scientifiche e un bagaglio culturale completo.
A bordo fece imbarcare una biblioteca che contava 275 libri inclusa una copia integrale dell’enciclopedia Britannica. Nella sua cabina si trovava una raccolta di 22 orologi e cronometri da fare invidia al museo della Rolex. Gli servivano per calcolare con precisione la longitudine, che ha un rapporto strettissimo con il tempo, e quindi per perfezionare la posizione di molte isole lungo la rotta intorno al mondo.

Era al comando del Beagle già da qualche anno e aveva già effettuato una precedente campagna di successo in Sud America, sempre con compiti idrografici. Prima di questa seconda partenza, però, aveva voluto effettuare molti lavori sulla sua nave, tra cui alzare il livello del ponte per guadagnare spazio vivibile sotto coperta e appesantire la chiglia per rendere la nave più stabile. Durante il precedente viaggio, nel corso di una tempesta, aveva rischiato di capovolgersi.
Aveva anche voluto aggiungere altre “lance” a quelle già in dotazione arrivando ad averne 6 a bordo. Queste lance, che si manovravano sia a vela che a remi, erano di importanza fondamentale. Infatti servivano sia per entrare o uscire da porti e rade trainando il Beagle a remi che per effettuare le campagne di rilevamento idrografico. Funzionava così: la nave ancorava in una rada sicura e si sistemava lì per un periodo più o meno lungo. Una parte dell’equipaggio salpava con due di queste scialuppe attrezzate di tutto punto, per andare ad esplorare le zone circostanti.
Queste spedizioni duravano parecchi giorni; a volte settimane e quasi sempre una delle scialuppe era comandata dallo stesso FitzRoy.
Durante queste soste Darwin aveva la possibilità di esplorare le terre circostanti la regione dove erano ancorati, e a volte, per esempio in Brasile, partì per escursioni di diversi giorni.
Nei mesi di cattivo tempo, mentre infuriavano le burrasche del Grande Sud, il Beagle se ne stava ancorato in una rada protetta e elaborava le informazioni raccolte, disegnava le nuove carte nautiche, o selezionava e divideva i materiali raccolti da inviare a Londra per la catalogazione.

FitzRoy era molto stimato dai suoi uomini. Dell’equipaggio della prima campagna idrografica solo 7 chiesero di non ripartire. Tutti gli altri vollero essere a bordo per la nuova navigazione del Beagle. Questa è la prova delle qualità anche umane e di comando di questo giovane Comandante che aveva due soli grandi difetti: il primo, era convinto calvinista e assertore che la storia geologica della terra coincidesse con il racconto biblico, quindi che la terra non avesse più di 5.000 anni; il secondo, che gli capitò diverse volte, nel corso dei 5 anni di navigazione intorno al mondo, di vivere dei periodi di crisi e di sconforto, soprattutto quando non riusciva ad ottenere dall’Ammiragliato britannico l’autorizzazione a compiere delle spese utili alla realizzazione del suo lavoro. In quel caso, pur di raggiungere lo scopo, anticipava lui i soldi e questo lo portò alla soglia della rovina finanziaria.

Adriatica è ora ancorata nella rada di Bahia Accademia, a P.to Ayora sull’isola di Santa cruz. Questa fu una delle 4 isole visitate da Darwin.
Raccolse molti campioni di pietre, di vegetazione e di animali, ma al momento non lesse pienamente il messaggio che la natura gli stava indicando, sebbene ebbe delle intuizioni geniali. Ci vollero diversi anni, dopo il suo rientro in Inghilterra e l’aiuto di altri amici naturalisti per elaborare la “teoria” sulla Evoluzione. Noi siamo qui, immersi in questa natura così diversa da quella mediterranea, e ci immedesimiamo nello spirito che ebbero questi uomini durante la loro visita di duecento anni fa’. Foche e iguane nuotano intorno alla barca. Alcune vengono comodamente a piazzarsi nel pozzetto di Adriatica per la siesta serale. Le fregate volteggiano a pochi metri dalla testa d’albero della nostra barca, così come fecero probabilmente intorno agli alberi del Beagle, prima di tuffarsi in acqua per acciuffare la loro preda. I pellicani si battono con i gabbiani per il cibo, nonostante questo sia abbondante. Il porto pullula di barchini, lance, scialuppe che fanno la spola tra le barche, le navi e gli “Yates” per caricare e scaricare merci e persone, ne più, ne meno di come doveva avvenire a Floreana, che era l’unico abitato di questo arcipelago, durante la visita di FitzRoy, 200 anni fà. Tutto questo avvolge Adriatica e il suo equipaggio. Ci sentiamo testimoni della storia delle scoperte scientifiche e della navigazione di altri tempi. Siamo orgogliosi di ripercorrere la rotta che fu coperta dal Beagle. Andar per mare, ancora oggi, è una grande avventura. Probabilmente l’ultima grande avventura a portata di uomini liberi che, con i propri soli mezzi e la forza fisica e mentale, possa essere vissuta.

Filippo Mennuni, Comandante di Adriatica – www.velistipercaso.it