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Un puntino sulla carta

sabato 30 dicembre 2006

Siamo a 3/4 del viaggio tra Galapagos e Cile. Il mare é calmo, vento leggero, ma l’onda lunga che proviene dal Meridione solleva Adriatica in un respiro lungo e regolare, continuo, sicuro. Queste onde che ci cullano nel loro saliscendi portano il ricordo di quello che sono state mille miglia più a Sud, quando frangevano spinte dai forti 40 ruggenti*, venti che senza alcun ostacolo corrono dall’Australia all’America.
E furono i venti a indicare le rotte ai primi navigatori. Ne seguivano il soffio. E gli ucceli indicavano la prossimità dei continenti. Las Casas, relatore del viaggio di Colombo, racconta che prima di avvistare San Salvador < ...udirono uccelli, durante tutta la notte...> Ed é proprio degli uccelli e dei mammiferi marini e dei pesci che potremmo raccontarvi noi di Adriatica. Gli animali sono stati i nostri compagni durante queste navigazioni. Alla partenza dalle Galapagos ci seguivano gli Albatros delle Galapagos, le sterne, i pellicani. I primi soprattutto, ci hanno accompagnato a lungo. Soprattutto di notte. Si allontanavano di giorno per andare a pescare o per altre occupazioni segrete. Ma al tramonto, fedeli, due più degli altri volavano di conserva ad Adriatica, giocando nelle notti nere e senza luna con il flusso di vento generato dalle vele. Si percepivano, più che vedersi. Ma erano sempre lì.
Più tardi, come se fosse stato raggiunto un confine, si sono presentati dei “Paille en coeud”, i sostituti ufficiali. Bianchi, più piccoli degli albatros e con una lunga penna per coda che li fà, appunto, sembrare uno stelo di paglia. Avvicinandoci al Perù abbiamo conosciuto delle rondinelle di mare, in tutto simili alle nostre rondini, senonché vivono volando senza mai posarsi (almeno sembra) e bevono o mangiano avvicinando il becco al cavo dell’onda, rapide, per non farsi travolgere dalla cresta in arrivo, ma anzi sfruttarne la pressione propulsiva per sollevarsi nuovamente in cielo. Alle Galapagos c’erano pochi pesci volanti. Ma ora ne siamo circondati. Volano di giorno e di notte per scappare ai grossi predatori oppure spaventati dal sopraggiungere dello scafo rosso. La mattina, dopo il ruggire notturno dei frangenti contro lo scafo, ne troviamo in coperta a decine, morti cozzando contro le sovrastrutture invisibili nell’oscurità.
Tonni e dorados vivono frenesie alimentari all’alba e al tramonto, saltando ovunque fuori dall’acqua a caccia dei pesci più piccoli. Emanuel ne pesca uno al giorno che finisce al sale, al forno, al cartoccio, in crosta, bollito e sottolio o in umido secondo la fantasia e la voglia del momento.
Importante questa pesca per noi. 15 giorni di navigazione hanno esaurito ogni cibo fresco a bordo e per l’igiene alimentare la carne fresca di questi pesci é indispensabile.
Altri incontri: delfini, balene, orche, leoni marini solitari o in coppia, colti nel momento più intimo della loro vita relazionale, a pancia in su, con le pinne all’aria e uno sguardo languido di piacere. Sbuffano e gridano di disappunto per essere stati disturbati così inopportunamente… Alcuni squali, silenziosi, scuri, sfilano al lato dello scafo senza nessuna paura.
Ogni giorno avvistiamo vita.
La notte navighiamo sulla scia fosforescente che é il plancton. Questi animali e vegetali che si auto illuminano a tal punto che sembra che Adriatica abbia dei neon attaccati sotto lo scafo.
Ogni notte avvistiamo vita.
Avevo dimenticato, navigando in un Mediterraneo che non ha più nemmeno il ricordo di ciò che é stato, quanta vita c’é in mare.
E in tutto questo, noi. Un puntino sulla carta. Una goccia in questo oceano sconfinato.
Marco é di guardia. Ha la macchina fotografica al collo perché non vuole perdersi nessuno degli incontri che facciamo. Scruta come una vedetta ogni angolo dell’orizzonte a caccia di vita, panorami, sfumature e di tutto ciò che rendono vivace questo mare, apparentemente monotono. Alcune delle sue foto sono fantastiche. Le invieremo a Silvia appena a terra.
Domani finisce l’anno. Dopodomani ne inizia uno nuovo. La nostra avventura é sempre la stessa. Sempre nuova.
Parliamo, ridiamo, ascoltiamo musica, raccontiamo storie, lavoriamo insieme e osserviamo. 20 giorni insieme su Adriatica nel Pacifico. Sappiamo che finiranno. Vogliamo che finiscano. Per ritrovare i nostri piaceri terrestri.
Per sentire i profumi del nostro mondo. Per avere un luogo dove ricordare, guardando il largo da una scogliera, questi 20 giorni su Adriatica…

*: i venti delle latitudini intorno ai 40° Sud si chiamano “Ruggenti” per il rumore costante e penetrante che fa sembrare il loro soffio un ruggito.
Nello stesso modo l’opprimente grido dei 50° Sud fa definire quei venti “50 urlanti”.

Le isole di San Cristobal e Isabela

venerdì 15 dicembre 2006

Darwin alle Galapagos ci si fermò prima di proseguire il lungo viaggio di ritorno verso l’Inghilterra. Già da tempo alcuni pensieri “inaccettabili” per la mentalità del tempo che giustificava la genesi della terra secondo la stretta interpretazione biblica stavano affollando la mente del giovane naturalista. Un terremoto avvenuto nel Cile meridionale aveva sollevato la costa di circa 2 metri e questo giustificava pienamente l’esistenza di conchiglie e fossili marini in alta quota, sulle Ande: e se la terra galleggiasse su un enorme lago di lava fusa e incandescente che ogni tanto riesce a bucare la superficie? E come erano arrivati, si erano generati animali e piante simili in continenti diversi? E l’uomo stesso? Inutile convincere FitzRoy, radicato nella sua cultura religiosa. Fu difficile convincere il mondo 20 anni dopo!
Dal 16 settembre al 20 ottobre 1835 i nostri protagonisti sostarono alle Galapagos (che significa Tartarughe Giganti), un gruppo di isole assai frequentate dove ogni anno sostavano dalle 60 alle 80 baleniere americane per procurarsi acqua dolce e carne di tartaruga. Stoccate nella stiva riescono a sopravvivere molti mesi senza cibo ne acqua.

Mentre l’equipaggio del Beagle si dedicava alla solita opera di cartografia, al riposo e alla pesca, il giovane Charles elaborò nella sua mente l’abbozzo di una teoria nuova sull’origine della vita sul nostro pianeta e il suo svilupparsi. Riordinando la sua raccolta di animali e piante si accorse che la maggior parte delle specie erano uniche, pur assomigliando a quelle del Sud America. Inoltre le stesse specie differivano da un’isola all’altra sebbene lontane di poche miglia. La specie che maggiormente lo stupì era quella dei fringuelli, che avevano un becco diverso a seconda del cibo differente che potevano trovare sulle diverse isole. La ragione gli apparve chiara da subito: attraverso le successive generazioni un processo di adattamento li aveva sviluppati adattandoli. L’isolamento aveva favorito questa evoluzione.
Lo stesso accadde con le tartarughe, diverse tra le isole e le iguane, diventate marine da terrestri. La sua teoria era ormai questa: il mondo non poteva essere stato creato in un solo istante o in una settimana, ma era il frutto di una evoluzione continua di qualcosa di infinitamente primitivo.
Le isole Galapagos dovevano essere assai recenti rispetto alla costa continentale Sud Americana. Gli uccelli erano stati i primi colonizzatori, poi le tartarughe nuotando e le iguane, arrivate su tronchi d’albero alla deriva. Gli uccelli avevano trasportato semi nei loro escrementi. Questi erano attecchiti e si erano poi sviluppati in modo autonomo dalla specie madre americana. Ecco come, probabilmente, anche i grossi bestioni di cui aveva trovato ossa fossili in Patagonia potevano essersi estinti: quando l’istmo di Panama si era chiuso specie più forti era giunte dal nord che ne avevano causato l’estinzione. E si spinse anche oltre, ipotizzando che anche l’uomo – scandalo! – avesse dovuto essere quanto mai primitivo e si era evoluto grazie all’adattabilità e all’aggressività.

Adriatica ha visitato 2 delle 4 isole dove discese Darwin. San Cristobal e Isabela. Poi é stata anche a Santa Cruz. Ha dato fondo sulla steassa sabbia che accolse l’ancora del Beagle. Il paesaggio é immutato, a parte la zona antropizzata. Per il resto l’immagine naturale é identica e preservata.

Scesi a terra, Ric, Ferdi, Marco, Emanuel, Gianni e io abbiamo ripercorso sentieri che sicuramente incrociano quelli su cui si mossde il naturalista inglese. I panorami sono identici: rocce vulcaniche, boschi apparentemente secchi o foreste rigogliose nel lato sopravvento delle isole che risaltano nel sole equatoriale. I colori sono vivi, sebbene più uniformi rispetto a quelli a cui siamo abituati in Mediteraneo.
Abbiamo riscoperto piante come il pomodoro (che abbiamo assaggiato: é proprio uguale, nel sapore), originario delle Americhe e importato in Europa solo da pochi secoli, che qui cresce selvaggio come un’erba.

Navigando tra le isole abbiamo incontrato iguane che nuotavano a miglia da terra, razze che spiccano salti fenomenali al di fuori dell’acqua. Squali (ne abbiamo intravisto solo le pinne) e balene. Delfini a decine e decine che festeggiavano Adriatica dividendone allegramente la scia. Fregate, Gabbiani, cormirani delle galapagos, pellicani, pinguini…

Ci sentiamo dei privilegiati per essere qui. Le autorità ci hanno concesso libera navigazione in quasi tutte le aree. Normalmente i velieri che giungono alle Galapagos devono sostare senza muoversi in uno solo dei tre porti autorizzati e lasciare le acque entro 3 giorni. Al massimo possono prolungare fino a 15 se hanno dei problemi. Noi avevamo un permesso rinnovabile di 2 mesi. Peccato dover partire.
Come FitzRoy ho degli impegni da rispettare. Lui doveva rientrare in Inghilterra e cartografare ancora parte del Pacifico e dell’Indiano. Io ho tanti appuntamenti lungo le coste Cilene, Argentine e Brasiliane per realizzare immagini da mostrarvi e racconti da scrivervi.
Ciao a tutti.

Adriatica come il beagle.

Filippo Mennuni, Comandante di Adriatica – www.velistipercaso.it

Accoglienza a Puerto Baquerizo Moreno. Ancorati in rada a Bahia Naufragio.

venerdì 15 dicembre 2006

Siamo ospiti del Paese. Le autorità inaugurano oggi il nuovo Maleçon, il lungomare, e Adriatica e il suo equipaggio sono invitati a presenziare come ospiti d’onore alla manifestazione e alla festa. Musica, grigliate, gente allegra. L’isola intera, che conta in totale 7.000 abitanti deve essere in paese oggi. Lo spettacolo é simpatico: il nuovo lungomare si integra tra il paesino e la spiaggia. I bimbi corrono sulla sabbia tra i leoni marini, appisolati. Molti sono i cuccioli nati nell’ultima settimana.

Colori e musica avvolgono tutto e tutti. Allegre persone, i Galapaguenos sono di una gentilezza estrema e al servizio del loro ospite. Il parco vive grazie al loro impegno, ma in realtà in cambio non ne ricevono per quello che danno. Infatti la gran parte del denaro stanziato da enti o nazioni amiche o raccolto con la colletta turistica dei servizi e delle tasse, non viene riutilizzato per migliorare sensibilmente i servizi degli abitanti.

Questi 15 giorni di permanenza nell’arcipelago ci hanno permesso di avvicinarci agli abitanti che qui si dividono in “Nativos” (quelli che sono nati qui), “Residentes” (quelli che vi risiedono stabilmente da prima del 1988) e gli altri, che hanno qualche diritto in meno, ma vivono di solito meglio, perché si tratta di americani o europei che sono qui per business.

Il rapporto privilegiato con Bolivar Pesante e con sua moglie Grace che é la “Gobernadora” dell’isola ci ha immerso fino in fondo nella vita dell’arcipelago, con le sue magie, le sue grandezze, le sue unicità e i suoi problemi. Bolivar é nativo, figlio di una coppia che si trasferì sull’isola
46 anni fa. La madre, una simpatica vecchietta che abbiamo incontrato ieri per caso mentre faceva la spesa, é la mamma di tutti sull’isola. Quando arrivarono qui gli abitanti dell’intero arcipelago non erano più di 3000.

Oggi sono circa 30.000. Quarto di cinque figli é quello che maggiormente si é dato da fare per le sue Isole. Oggi possiede un’Agenzia Naviera e riceve quasi tutte le imbarcazioni e navi in arrivo dall’estero. Bill Gates e Paul Allen (Microsoft), la famiglia reale inglese, presidenti di ogni nazione, attori come Tom Cruise e Bruce Willis… e Adriatica.

L’assistenza che ci ha dato é totale. Non avevamo ancora gettato l’ancora nei vari porti che un suo rappresentante accostava la barca per risolvere ogni problema burocratico, e in queste isole sono davvero tanti!

Proprio pochi minuti fa é stato a bordo per darci i saluti. Salpiamo domani e ha verificando che tutto sia a posto. E’ salito sul taxi dopo un abbraccio: “Hermanos para siempre!”… Fratelli per sempre.

E la nave va!…

Filippo Mennuni, Comandante di Adriatica – www.velistipercaso.it

Il viaggio inizia a Puerto Ayora. Ancorati in rada a Bahia Academia.

martedì 5 dicembre 2006

Alla fine eccomi qui, 10.000 miglia dopo la partenza da Rosignano, pronto a ripercorrere non solo idealmente le orme di Robert FitzRoy, il comandante del Beagle che ebbe a bordo durante quasi 5 anni il 22enne Charles Darwin, scienziato in erba afflitto dal più cronico dei mal di mari.

Inizia alle Galapagos la parte saliente della nuova avventura di Adriatica, che ripercorrerà – al contrario, è vero, ma ci sono valide ragioni – la stessa rotta del brigantino inglese che nel 1833 salpò da Devonport per una campagna idrografica destinata a restare nella storia.

Personaggio integerrimo, comandante già prima della trentina, FitzRoy era un marinaio perfetto. Inglese fin nel più profondo del suo animo, esplorò le coste del Sud America ridisegnando la maggior parte della cartografia del 19imo secolo. Grazie a lui le navi di sua maestà prima, e quelle di tutte le altre marine poi, potettero spingersi attraverso i canali della Patagonia e del Cile con maggiore tranquillità. Metodico nello scovare nuove rade, baie, approdi, nel rilevare pericoli e bassi fondali, fu anche uno degli inventori della meteorologia moderna e gettò le basi di buona parte della cartografia nautica occidentale.

Comandava un due alberi di poco meno di 30 metri in cui riuscì a stivare 77 persone con i più svariati compiti. Per fare un paragone, Adriatica è lunga
22 metri e quando siamo in 12 a bordo si soffoca per la mancanza di spazio!
Ufficiali, marinai, cuochi e camerieri, 8 soldati in armi, carpentieri, 2 artigiani velai, un fabbro, un pittore (come fosse un fotografo di oggi), un cartografo, un medico (che poi sbarcò a Rio, e fu l’unico a trovarsi male al servizio di FitzRoy) e un infermiere, gabbieri e nocchieri e… un biologo con compiti di raccolta e relazione scientifica: il nostro Charles Darwin. A bordo c’erano anche 3 indigeni fungini (cioè della Terra del Fuoco) che FitzRoy aveva portato in Inghilterra durante il suo precedente viaggio perché venissero educati e apprendessero l’inglese al fine di favorire i rapporti tra le popolazioni indigene e le navi di sua maestà e un giovane missionario, di soli 22 anni, che aveva il compito di diffondere la parola di Dio tra le genti della Terra del Fuoco aprendo una missione: non gli andò tanto bene e fu recuperato dopo non molto tempo!

Insomma, un universo eterogeneo che durante 5 anni convisse, esplorando e scoprendo, su una nave che oggi, ad uno sguardo superficiale, sembrerebbe un “collegio” galleggiante: il più anziano e di gran lunga, aveva 36 anni! E non era FitzRoy…

Ma torniamo a Lui. Magro, alto, elegante nei modi e coltivato nella mente, era per Darwin il perfetto esempio del Comandante di Marina. Un perfetto marinaio con ampie conoscenze scientifiche e un bagaglio culturale completo.
A bordo fece imbarcare una biblioteca che contava 275 libri inclusa una copia integrale dell’enciclopedia Britannica. Nella sua cabina si trovava una raccolta di 22 orologi e cronometri da fare invidia al museo della Rolex. Gli servivano per calcolare con precisione la longitudine, che ha un rapporto strettissimo con il tempo, e quindi per perfezionare la posizione di molte isole lungo la rotta intorno al mondo.

Era al comando del Beagle già da qualche anno e aveva già effettuato una precedente campagna di successo in Sud America, sempre con compiti idrografici. Prima di questa seconda partenza, però, aveva voluto effettuare molti lavori sulla sua nave, tra cui alzare il livello del ponte per guadagnare spazio vivibile sotto coperta e appesantire la chiglia per rendere la nave più stabile. Durante il precedente viaggio, nel corso di una tempesta, aveva rischiato di capovolgersi.
Aveva anche voluto aggiungere altre “lance” a quelle già in dotazione arrivando ad averne 6 a bordo. Queste lance, che si manovravano sia a vela che a remi, erano di importanza fondamentale. Infatti servivano sia per entrare o uscire da porti e rade trainando il Beagle a remi che per effettuare le campagne di rilevamento idrografico. Funzionava così: la nave ancorava in una rada sicura e si sistemava lì per un periodo più o meno lungo. Una parte dell’equipaggio salpava con due di queste scialuppe attrezzate di tutto punto, per andare ad esplorare le zone circostanti.
Queste spedizioni duravano parecchi giorni; a volte settimane e quasi sempre una delle scialuppe era comandata dallo stesso FitzRoy.
Durante queste soste Darwin aveva la possibilità di esplorare le terre circostanti la regione dove erano ancorati, e a volte, per esempio in Brasile, partì per escursioni di diversi giorni.
Nei mesi di cattivo tempo, mentre infuriavano le burrasche del Grande Sud, il Beagle se ne stava ancorato in una rada protetta e elaborava le informazioni raccolte, disegnava le nuove carte nautiche, o selezionava e divideva i materiali raccolti da inviare a Londra per la catalogazione.

FitzRoy era molto stimato dai suoi uomini. Dell’equipaggio della prima campagna idrografica solo 7 chiesero di non ripartire. Tutti gli altri vollero essere a bordo per la nuova navigazione del Beagle. Questa è la prova delle qualità anche umane e di comando di questo giovane Comandante che aveva due soli grandi difetti: il primo, era convinto calvinista e assertore che la storia geologica della terra coincidesse con il racconto biblico, quindi che la terra non avesse più di 5.000 anni; il secondo, che gli capitò diverse volte, nel corso dei 5 anni di navigazione intorno al mondo, di vivere dei periodi di crisi e di sconforto, soprattutto quando non riusciva ad ottenere dall’Ammiragliato britannico l’autorizzazione a compiere delle spese utili alla realizzazione del suo lavoro. In quel caso, pur di raggiungere lo scopo, anticipava lui i soldi e questo lo portò alla soglia della rovina finanziaria.

Adriatica è ora ancorata nella rada di Bahia Accademia, a P.to Ayora sull’isola di Santa cruz. Questa fu una delle 4 isole visitate da Darwin.
Raccolse molti campioni di pietre, di vegetazione e di animali, ma al momento non lesse pienamente il messaggio che la natura gli stava indicando, sebbene ebbe delle intuizioni geniali. Ci vollero diversi anni, dopo il suo rientro in Inghilterra e l’aiuto di altri amici naturalisti per elaborare la “teoria” sulla Evoluzione. Noi siamo qui, immersi in questa natura così diversa da quella mediterranea, e ci immedesimiamo nello spirito che ebbero questi uomini durante la loro visita di duecento anni fa’. Foche e iguane nuotano intorno alla barca. Alcune vengono comodamente a piazzarsi nel pozzetto di Adriatica per la siesta serale. Le fregate volteggiano a pochi metri dalla testa d’albero della nostra barca, così come fecero probabilmente intorno agli alberi del Beagle, prima di tuffarsi in acqua per acciuffare la loro preda. I pellicani si battono con i gabbiani per il cibo, nonostante questo sia abbondante. Il porto pullula di barchini, lance, scialuppe che fanno la spola tra le barche, le navi e gli “Yates” per caricare e scaricare merci e persone, ne più, ne meno di come doveva avvenire a Floreana, che era l’unico abitato di questo arcipelago, durante la visita di FitzRoy, 200 anni fà. Tutto questo avvolge Adriatica e il suo equipaggio. Ci sentiamo testimoni della storia delle scoperte scientifiche e della navigazione di altri tempi. Siamo orgogliosi di ripercorrere la rotta che fu coperta dal Beagle. Andar per mare, ancora oggi, è una grande avventura. Probabilmente l’ultima grande avventura a portata di uomini liberi che, con i propri soli mezzi e la forza fisica e mentale, possa essere vissuta.

Filippo Mennuni, Comandante di Adriatica – www.velistipercaso.it