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Albatros in partenza da Puerto Chacabuco

mercoledì 21 febbraio 2007

Partenza all’alba da Puerto Chacabuco, direzione oceano! L’unico tratto in cui Adriatica navigherà lontano dai fiordi del Cile.
Siamo tutti un po’ tesi, abituati alla tranquillità  dei fiordi che ci proteggono dal mare aperto, ci prepariamo ad affrontare l’oceano. Compaiono discreti, dietro gli orecchi di alcuni di noi, i primi cerotti per il mal di mare, altri preferiscono non prendere nulla. E’ forse per mettersi un po’ alla prova o giù  lupi di mare ben temprati. Dopo alcune ore di navigazione i fiordi iniziano ad allargarsi, compaiono in massa i primi uccelli marini, i grandi albatri che s’involano dopo una lunga e spesso goffa corsa sull’acqua: siamo tutti meravigliati e felici.
Emilio prepara la sua macchina fotografica, soprannominata licenziosamente “il cannone”, Alessandro con il suo capello da pirata tiene sempre alto il morale di tutti, Elisa ed io, con i nostri binocoli, cerchiamo di non perderci niente della fauna che ci circonda.

Una virata a sinistra ed ecco il Pacifico davanti a noi: i fiordi non ci proteggono più.
Adriatica supera uno scoglio abitato da una colonia di “lobo” leoni marini e di cormorani imperiali e si allontana dalla costa cilena, mantenendo la prua verso sud. L’oceano è grigio, scuro, profondo con un’onda lunga che ci fa continuamente ballare e subito Emilio ed io ci assicuriamo con delle imbracature a prua per avere l’orizzonte libero alla vista e per cercare un po’ di silenzio dal persistente rumore del motore sempre acceso in navigazione; Emilio ne approfitta per
fotografare gli albatri (Diomedea sp.) e gli skua (Macronectes giganteus), grandi uccelli simili agli albatri, che incrociano la nostra rotta, mentre l’equipaggio si divide tra i turni al timone e le cuccette per riposarsi. Basta un po’ di onda e tutte le attività  in barca diventano difficili: pranzare, farsi un tazza di caffè, anche andare in bagno, ma ci si adegua volentieri e anche un piccolo disagio
diventa una esperienza stimolante.

Nel primo pomeriggio in barca regna il silenzio, tranne il rumore del motore ovviamente! Le conversazioni lasciano spazio alla stanchezza e a momenti di riflessione davanti alla imponente bellezza di questo oceano che affascina e chiede rispetto.
Filippo ci regala una calda, frugale e supergradita cena a base di ragù e pur che tutti apprezzano prima di coricarsi: tutti tranne gli irriducibili marinai che a turno navigheranno tutta la notte.

Puerto Chacabuco e Puerto Aysen

lunedì 19 febbraio 2007

Nel tardo pomeriggio, dopo una giornata intera di navigazione, raggiungiamo Puerto Chacabuco. La baia circondata da monti, tra i quali ne svetta in particolare uno per la cima coperta da un enorme ghiacciaio azzurro. Terminato l’ancoraggio, parte la spedizione esplorativa sul tender.
L’obiettivo è un fiumiciattolo sulla destra che Andrea pensa ricco di pesce.

Una volta arrivati in prossimità della foce, accade l’irreparabile. I nostri quattro lupi di mare riescono ad arenarsi e una decina di gabbiani, camminando (non nuotando!!!) in dieci centimetri d’acqua guardano incuriositi. Dopo esserci ripresi dalle risate, scatta l’operazione disincaglio, che per fortuna rapida e di successo praticamente immediato.
Cambiamo direzione e decidiamo di approdare vicino all’imbarcazione di un pescatore locale. Avvicinandoci notiamo che lui e suo figlio stanno pulendo salmoni e trote. I tratti del viso del signore sono duri e marcati. La pelle scura, solcata da rughe, i lunghi baffi neri e gli occhi a mandorla, lo fanno sembrare quasi orientale. Il piccolo fiero di assistere suo padre e allo stesso tempo incuriosito dalla nostra presenza. Chiediamo il permesso di ormeggiare al molo e ci
viene concesso.

Ci fermiamo un attimo a parlare con lui. Ci racconta, in maniera concisa e diretta, che la sua attività consiste nella pesca con reti da posta. Anche qui a Puerto Chacabuco cè una grossa salmonera, con gabbie a mare, ed molto probabile che il suo pescato siano pesci scappati dall’allevamento o comunque generazioni successive, visto che il salmone non è nativo del Cile, ma è stato introdotto a fini commerciali.
Salutiamo e ringraziamo il nostro amico e andiamo a passeggiare sulla spiaggia. Il colore marrone della battigia in netto contrasto con il verde brillante dell’erba che la circonda. La spiaggia larga solo una quindicina di metri e subito dopo si estendono verdi pascoli. Gran parte dei colli è stata infatti disboscata per l’allevamento di bovini. Dopo un tentativo di pesca alla traina con il tender, miseramente fallito (per la disperazione di tutti, tranne che di Ale) torniamo su Adriatica.
Ceniamo tutti insieme a bordo e da buoni pirati condiamo il dopocena condito con un goccio di rum.

La mattina seguente sbarchiamo a Puerto Chacabuco. Passiamo in mezzo al porto e rimaniamo impressionati dall’enorme quantità di container frigo pronti ad esportare salmoni in tutto il mondo. Un olezzo nauseante aleggia prepotente in questa parte del porto, proveniente sia dalle reti messe a seccare al sole, che da casse e casse di salmoni lasciati a marcire, probabilmente perchè considerati non commerciabili… rimaniamo sconcertati da questo enorme spreco.
Usciamo dal porto e ci dirigiamo alla ricerca della fermata dell’autobus che ci porterà a Puerto Aysen.
Dopo una veloce visita a questo paesino colorato e riempita la cambusa, andiamo a riposarci, domani ci aspettano bocca Wickam e l’oceano aperto.

Rada di Chacabuco. All’ancora.

domenica 18 febbraio 2007

Chacabuco é il porto ufficiale di Puerto Aysen che vede oramai condannato il suo destino marittimo a causa dell’insabbiamento del Rio Aysen, antica via di accesso alla città.

Questa città, una delle poche del sud cileno, fu creata per popolare questa regione allora disabitata e per lo sfruttamento a pascolo del territorio. Una zona di un milione di ettari fu destinata al pascolo e migliaia di persone si trasferirono in zona per lavorare al servizio di due società che dovevano sviluppare l’allevamento. Le due società iniziarono a litigare per le concessioni negli anni ‘40 e a causa dell’assenza del controllo dello stato iniziarono a disboscare a forza di incendi la foresta, fino a compromettere 3 milioni di ettari di terre. Dell’allevamento se ne fece poco o nulla. La deforestazione si ritorse contro gli abitanti che videro il loro fiume colmarsi con le terre erose dalle acque delle piogge non più trattenute dalla vegetazione.

Oggi la nuova minaccia é data dalla volontà di costruire due dighe sui fiumi che sboccano nel golfo e dalla richiesta di una azienda canadese che intende installare una fabbrica di lavorazione dell’alluminio, con gravi conseguenze ecologiche.

Adriatica spesso raccoglie i racconti delle persone che incontra nel suo lungo viaggiare. E noi ci facciamo volentiere portavoce o testimoni delle loro esigenze, sebbene non abbiamo mezzi per aiutarli oltre alla divulgazione.

Il golfo é spettacolare, rovinato solo dalla presenza di alcune salmonere (allevamento intensivo di salmoni di cui il Cile é il secondo produttore mondiale) e  dalle moderne costruzioni che stonano un po’ con l’ambiente tipico che hanno gli altri villaggi che abbiamo incontrato sulla  nostra rotta come Melinka e Puerto Aguirre.

Le montagne sono a picco su questo lungo canale che termina in un paio di golfi chiusi da due isole lunghe, a protezione della corta ma fastidiosa onda che si produce quando spira il freddo sud-ovest. Le cime sono innevate e due stupendi ghiacciai sovrastano a ovest la baia. Il fiordo, che qui chiamano “estéro” assomiglia al lago di Como. Ma lungo tutto il suo percorso avremo incontrato non più di 10 casette al fondo di piccole baie. I colori sono gli stessi del Lario in primavera, quando ancora le nevi coprono i monti circostanti fino a 1000 metri di quota.

Le nubi basse, nembi o cumuli per lo più, avvolgono le montagne in un abbraccio suggestivo che mescola i grigi ai verdi dei boschi e ai bianchi dei nevai.

Abbiamo ancorato alle 19:00 con 60 metri di catena su 14 metri di fondo sabbioso. L’ancora deve essere penetrata di buoni 50 centimetri, da come resisteva al vecchio volvo che tirava in marcia indietro a 1.200 giri.

I ragazzi di Padova hanno deciso di partire subito in esplorazione con il gommone. La spiaggia e il piccolo fiume che sbocca proprio davanti alla prua di Adriatica sono un terreno di scoperta inestimabile per questi giovani biologi. La loro giornata di oggi é stata eccezionale.

Lungo la rotta di 50 miglia che unisce Puerto Aguirre, dove abbiamo sostato per la notte, a Chacabuco é stata interrotta da una spettacolare sosta in un piccolo arcipelago di 5 isole e alcuni scogli chiamati Cinco Hermanos (i cinque fratelli). Parco ufficiale all’interno di una zona che meriterebe di esserlo totalmente, queste isole offrono una diversità biologica di notevole interesse. Un gruppo di cormorani osservava la scena dell’ancoraggio indecisi se abbandonare impauriti la roccia su cui si erano posati o fare finta di nulla, sopportando la presenza intrusa di questi 12 umani vestiti di rosso su una barca rossa. L’equipaggio si é diviso in 3 gruppi: i prof sono sbarcati su una spiaggia a caccia di conchiglie e altri animali acquatici (bivalvi… dicono!). I ragazzi sono andati in gommone con Marcone a perlustrare un paio di baiette e noi dell’equipaggio siamo rimasti a bordo, a sorvegliare l’ancoraggio precario. La fortuna ha voluto che i 4 giovani padovani fossero accolti da due leoni marini che giocavano intorno al gommone. Una femmina e un giovane che si divertivano a non più di due metri di distanza.

Anche Mariella e Rudy, i due prof, hanno avuto fortuna. Nel breve tratto esplorato hanno potuto raccogliere i resti di almeno 9 specie differenti. Una vera manna per loro.

L’ambiente era davvero primitivo. Non un segno di presenza umana disturbava l’occhio nel dedalo di canali dove il vento teso da nord ovest giocava con i mulinelli della corrente di marea. Un leggero odore di umidità sopraggiungeva nei momenti in cui la pioggia fine avvolgeva Adriatica, dondolante a meno di 20 metri dalla roccia grigia.

Al ritorno degli esploratori li aspettava un riso fumante e il pane fresco fatto a bordo che é stato divorato accompagnando l’ultimo pezzo di parmigiano e dell’affettato.

Un brivido dopo la partenza! Sollevata l’ancora, che era stata opportunamente agganciata a un grippiale* per poterla spedare* se si fosse incagliata, ho deciso di percorre una “passe” poco dettagliata sulla carta. Da 40 metri, all’improvviso, 7 metri!… Macchina indietro e un grido nel VHF portatile che mi collegava a Ric, a prua: “Ric, controllo visivo! Cerca scogli o pericoli… Il fondo mi é salito all’improvviso…” Dopo un’attimo lo scandaglio indicava 2 metri. “2 METRI”!!!

Impossibile.. Forse delle alghe, così spesse in questa zona, da costituire una barriera al segnale sonoro dello strumento. No, un attimo, ragioniamo. Ho pensato rapidamente che se davanti a me si stagliava una barriera non poteva che essere rocciosa, data la conformazione delle isole. In un secondo mi si é visualizzata la chiglia di Adriatica che cozzava contro una roccia accuminata ferendosi gravemente. Ho visto la fenditura nello stucco come una profonda ferita.

Ho sofferto come soffre chi vede un suo caro colpito fisicamente…

Ma é durato solo un attimo. Un momento dopo la ragione ha ripreso il sopravvento e già davo macchina indietro, quasi istintivamente. Fermavo la barca per avere qualche secondo utile a ragionare. Ho preso due rilevamenti a terra e ho chiesto a Ric conferma di ciò che vedeva.

“Tutto libero!” mi confermava. Pian piano, con la fresca memoria di ciò che avevo letto sulle istruzioni nautiche per quel tratto di mare, ho accostato a sinistra, dove oltretutto l’orografia del terreno mi lasciava intuire una maggiore profondità. A mezzo nodo, in marcia avanti e con il Sonar che Damiano aveva opportunamente acceso, siamo usciti dall’area pericolosa, per ritornare alla tranquilla navigazione nel canale principale, in direzione di Chacabuco, dove siamo arrivati 3 ore dopo.

Ora Mariella sta preparando degli spaghetti con un profumatissimo sugo.

Per fortuna che noi italiani abbiamo la cultura della cucina. E’ un grande aiuto la gastronomia!

A presto, da Adriatica

Grippiale: cima agganciata all’ancora, dalla parte opposta alla catena, che serve letteralmente per rivoltarla o sfilarla nel caso si incastri sotto una roccia.

Spedare: sollevare l’ancora dal fondale, liberandola, con il verricello.

Puerto Aguirre e Puerto Chacabuco

domenica 18 febbraio 2007

Partiamo presto, sono le 06.30 quando il motore si accende. Dopo circa quattro ore arriviamo al Monumento Natural “Los Cinco Hermanos”, un gruppo di isolotti di piccole-medie dimensioni ricoperti di foresta rigogliosissima, posti all’altezza della prima ansa del Fiordo Ais n.

Con il binocolo scorgiamo una spiaggia lunga almeno un paio di chilometri e larga una ventina di metri in cui, probabilmente, gli elefanti marini (Mirounga leonina) sono stati con i loro piccoli fino a quindici giorni fa. Speravamo in un colpo di fortuna, ci auguravamo che qualche individuo si fosse attardato un po’ di più, ma di loro non cè traccia, tutti partiti. Sulla carta dovremmo comunque avere l’opportunità di vedere pinguini di Magellano, leoni marini e cormorani? Ma sembrano
tutti latitanti? Solo qualche sparuto gruppo di cormorani imperiali, che s’invola al nostro passaggio.

Anche se il tempo minaccia pioggia decidiamo di andare in esplorazione con il tenderino. I prof scendono in una spiaggietta con la speranza di penetrare un po’ nella foresta, mentre noi, insieme a Marco, pattugliamo gli isolotti alla ricerca di qualche animale. In una caletta riparata Andrea avvista due leoni marini (Otaria flavescens). Sono due femmine una piccola e l’altra di taglia media, un metro e mezzo circa.
Ci studiano da lontano, convinciamo Marco a spegnere il motore e stiamo in silenzio, binocoli e macchine fotografiche pronte. Se ne stanno ad una quindicina di metri dal gommone e noi le avviciniamo piano con i remi. Circa venti minuti dopo zoom e binocoli non servono più, le ragazze hanno preso confidenza e danzano attorno al tender.
Sono a 5 metri, 3 metri. E’ 2 metri, sono a poppa, nuotano sotto di noi, ci mostrano il ventre, saltano fuori dall’acqua, ci schizzano, poi controllano le nostre espressioni, si coordinano e ricominciano a volteggiare e a prodursi in eleganti piroette, senza pi timore alcuno. Che danza, che spettacolo. Hanno voglia di giocare e lo fanno con noi. Marco ed Andrea riescono a registrare tre buoni video, Emilio scatta foto in continuazione, mentre Alessandro ed io, nonostante l’emozione, teniamo la posizione con i remi, stando attenti alle rocce ed alle alghe. Ancora una volta stupiti, ancora una volta increduli della nostra costante fortuna nell’osservare animali, torniamo verso Adriatica, convinti sempre più che di questo viaggio non ci dimenticheremo.