Tempesta in mare

4 aprile 2007

La carta meteo del 31 marzo, arrivata fresca fresca per la colazione, disegna un piccolo cuneo anticiclonico che si infila tra 2 forti depressioni. Se va bene 18 ore di relativa calma – si parla di 25 nodi di vento invece dei 40 o 45 nodi ‘normali’-. Cincischio un po’. Penso al da farsi davanti alla tazza fumante del caffè della mattina. Gli altri dormono ancora. O meglio, sono ancora nelle loro cuccette, ma so che sono svegli e ascoltano i miei movimenti cercando di intuire che decisione prenderò. Partire o non partire? Approfittiamo di questa situazione, comunque a rischio, o ce ne stiamo ancora qui tranquilli (si fa per dire!) attraccati a questa boa militare nell’attesa di una calma
che potrebbe tardare ancora giorni? Sono piuttosto indeciso. Lo studio delle precedenti situazioni simili mi insegna che il più delle volte queste calme pronosticate non durano più di 10 o 12 ore e poi la burrasca riprende al più forte, dando il meglio di sé.
Le nuvole viaggiano ancora veloci, scavalcando le creste di Puerto Parry da ovest a est e stracciandosi contro le cime più acuminate. Turbini d’aria scendono nel fiordo sollevando mulinelli e piccole trombe marine che fanno spumeggiare l’acqua e la schiantano contro le fiancate rosse
di Adriatica, che si inclina e tira sull’ormeggio. Aspetto ancora un po’. Metto su il thè per gli altri.
Un’ora dopo ho deciso: si parte. “Prepariamo la barca per una traversata dura!” annuncio simulando fermezza e tranquillità ai ragazzi che sono ormai intorno alla tavola della dinette, “tutto quello che può cadere all’interno dev’essere chiuso. Gli armadietti serrati. In coperta solo l’indispensabile e tutto rizzato con doppia cima. Damiano e Marco?
Controllate il tender. Riccardo e Andrea, tirate fuori la tormentina e verificate i garrocci. Ferdy, un giro di scotch forte intorno a tutti gli oblò. Martin, controlla tutti i nodi delle scotte. Partenza tra un’ora.”
Ric chiama i ragazzi della base militare via radio per annunciare che oggi non saremo da loro per il mate. Partiamo… Sì, partiamo…
Alle 10 sfiliamo l’ultima cima passata a doppino intorno all’anello della boa e dò marcia avanti, contro le raffiche da nord. Suono tre volte la tromba per salutare la Base e l’Isola. Come se fosse ormai un’amica che possa ascoltarci, invece che un intrico di rocce dure sferzate dall’Oceano Antartico.
Passiamo la prima strettoia e entriamo nella rada più grande, verso l’uscita. La corrente contro è abbastanza forte, ma si gestisce. Il Volvo fa il suo dovere. A un centinaio di metri dall’imboccatura l’onda lunga dell’oceano si fa già sentire. Adriatica solleva il muso e spruzza due baffi schiumosi a dritta e a sinistra. I ragazzi sono tesi. L’orizzonte é mosso, anche se meno degli scorsi giorni e il mare non frange. Siamo fuori.
“Su la randa con due mani e la trinchetta. Pronta la terza a bisogno. Tormentina in pozzetto!” ordino. Tutti si attivano, in silenzio. Timono con prua a 340°, cercando di leggere il cielo e il mare. Correggo di 5° a sinistra perché la corrente mi fa derivare sottovento, verso delle rocce pericolose.
Su le vele, iniziamo il ballo. L’onda é ancora abbastanza bassa. Direi non più di due metri e lunga. Il vento sui 25 nodi. A volte meno, da WSW. Spero che duri per il tempo necessario che ci serve ad arrivare al nord della zona di passaggio delle forti perturbazioni.
La barca a posto, iniziamo i turni di guardia. Turni di 2 ore, perché il timone é faticoso e il pilota non ce la fa a sopportare i colpi inferti dalle onde quando passano sotto lo scafo.
“E’ solo questione di tempo”, mi dico. Piano piano, miglio dopo miglio, ogni minuto navigato verso nord é un minuto in meno nel cattivo tempo.
Dai che ce la facciamo.
Verso le 16:00 il vento rinforza e gira diretto da ovest. Per noi é bolina secca. Tendo a dirigermi verso la costa del Sud America, per evitare il fetch creato dalla lunga distanza a disposizione del vento che fa crescere le onde e per non derivare troppo al largo. Ora siamo a circa 50 miglia dalla costa della Terra del Fuoco.
Il punto cruciale è il passaggio davanti allo Stretto di Magellano, dove la corrente contraria al vento che viene sparato fuori dallo stretto come un cannone fa impennare le onde. Il portolano parla chiaro: “in condizioni di vento forte contro la corrente evitare assolutamente la navigazione in queste acque. Sono state misurate onde ripide di oltre 10 metri che possono mettere KO ogni barca da diporto, anche di grandi dimensioni…”
E il vento soffia sempre un po’ più forte. Ogni ora guadagna un paio di nodi. E l’onda aumenta di altezza.
Adriatica ci si arrampica agevolmente. Sale sul pendio sottovento e poi, colpetto al timone, scende sul pendio opposto. Si inclina un po’ di più quando é sulla cresta e la raffica colpisce in pieno tutta la velatura.
Dentro, chi non é di guardia é in cuccetta. Sballottati e trattenuti solo dai teli antirollio, stasera nessuno a fame. Si sta lì, cercando di dormire, ma in realtà si riesce solo ad ascoltare il sibilo grave del vento tra le sartie e il rumore degli scrosci d’acqua sulla coperta.
Ognuno immagina il frangente che ha appena scavalcato la fiancata e si sta abbattendo sul timoniere. Il suo compagno prova a ripararsi, ma l’oda centra anche lui. Ciascuno di quelli sottocoperta vede la scena, che anticipa la propria situazione di qualche ora dopo.
Cinture di sicurezza obbligatorie. Tre persone di turno alla volta per potere manovrare questa barca dove il timoniere non può fare altro che timonare, delegando le regolazioni ai sui compagni.
Sono adagiato in salone, ascolto. Non mi tolgo la cerata, pronto a uscire. So già che non avrei il tempo di vestirmi in caso di problema. Dagli oblò, sebbene chiusi a tappo e ricoperti da una doppia striscia di nastro adesivo stagno, inizia a filtrare acqua di mare. La pressione é enorme. Alla fine due oblò saranno quasi aperti dalla forza del mare. Le 2 del mattino. E’ il mio turno. Calzamaglia, tuta, salopette di pile, pantalone della cerata, maglietta, pile, dolcevita, collare di pile, giacca termica e giacca della cerata; un cappello di lana, un cappuccio anti acqua e il cappuccio della cerata. Stivali. Guanti… Esco. Caccio la testa fuori dall’oblò e vedo Damiano che lotta con la ruota del timone che cerca di sfuggirgli dalle mani. Ha gli occhi grandi, Damiano, illuminati dalla luce del plotter. Troppo grandi. Marco gli é dietro, attaccato a due mani per non farsi portare via dal vento e dai movimenti inconsulti della barca. Mi sporgo fuori dalla capottina… una spinta
inaudita mi butta in pozzetto. Mi sbilancio, cado. Devo gattonare per guadagnare la poppa. “Saranno almeno 40 nodi”, penso…
Prendo il timone e mando i ragazzi a scaldarsi e riposarsi. Non ci posso credere! Non si riesce a tenere il timone in mano. 45 nodi fissi. I colpi delle onde sotto lo scafo sono fortissimi. Damiano mi dice che é gestibile, ma si fa fatica. “Abbiamo attraversato un paio di muri!… saranno stai sui sei metri, ripidi… speriamo non diventino più alti, sennò…!” mi grida mentre si stacca la cintura.
E’ il primo aprile 2007. ‘Un bel pesce d’aprile’, penso.
Ci siamo, in piena burrasca. 5, 6 o 7 metri? Che importa l’altezza di queste onde. Tanto non possiamo tornare indietro. Ci sfracelleremmo contro la scogliera cercando il piccolo ingresso del canale. Se mi metto in poppa, scappando il mare, la prossima terra sarà la Nuova Zelanda.
Dobbiamo resistere almeno per 100 miglia. Poi, alla peggio, mi lascerò derivare sulle Malvine.
Continua così per 24 ore. Le onde crescono. Il vento rinforza. I dubbi aumentano. Penso ai ragazzi che sono a bordo con me. Al loro diritto di continuare a vivere nonostante questa tempesta.
Penso che dopo tutto, poteva essere peggio. Per ora Adriatica riesce ancora a sopportare le esplosioni di acqua che la scuotono come se una titanica mazza di ferro le fosse scagliata addosso, sul fianco, da un gigante. Penso che ne ho passate altre… passerà anche questa. E’ solo questione di tempo…tempo…
E il tempo passa. Lento. Onda dopo onda. Migliaia di onde. Muri neri. Adriatica tiene.
Adriatica ha tenuto. Il mare si abbassa mano a mano. Il vento gira un po’ a sud ovest. Siamo ormai sul limite settentrionale della forte depressione. Ora si riesce a timonare un po’ più a lungo. Faccio l’inventario delle avarie: un paio di oblò non tengono più, uno dei salvagenti con la boetta é stato rubato da un’onda traditrice che ci ha colpiti alle spalle, uno strappo nella capottina, la chiusura del tambuccio é esplosa, le luci di via a prua sono fuori servizio e il mare ha piegato la forte struttura in inox del pulpito, le casse nere sono inusabili e la barca puzza come una cloaca.
C’è acqua dovunque, salata, appiccicosa. Poche cose sono rimaste al loro posto. Il computer é caduto e si é aperto in due. Più tardi, con un po di calma, riuscirò a sistemarlo e ora funziona. C’é olio in sala macchine. Il vang ha sofferto. Alla fine un piccolo tributo. Avrebbe potuto essere molto più pesante.
Il dio dei marinai continua a proteggere questa barca, o il suo equipaggio!
Oggi é il 4 aprile. Siamo all’altezza della penisola di Valdes, in rotta per Mar del Plata. Per la prima volta dalla partenza da Rosignano Adriatica ha mancato un appuntamento. Di sole 24 ore…
Il mare é calmo e c’é la luna piena. Oggi pomeriggio il sole ci ha scaldato come non accadeva da settimane. Mano a mano, dalla burrasca, ogni ora che passava il tempo é andato sistemandosi.
“Beh, ragazzi, ce la siamo meritata una giornata così, vero?”
“Sì, é che noi paghiamo sempre tutto! E in anticipo, spesso!”
“Ah, dice Marco, Io non ne voglio sapere niente! Ora voglio il Brasile, una spiaggia, qualche bel bikini ad altezza sdraio e basta. Con le alte latitudini ho dato fin troppo!”
“Sì, sì… Bra-si-le, Bra-si-le!” E qualcuno mette subito una samba al CD.
Eh sì. Se lo sono proprio meritato il Brasile i miei ragazzi. Che lo desiderino é lecito. Anche se sanno che mancano ancora tre settimane di navigazione, preparazione, sistemazione e lavori… Ma oggi non ci pensiamo. Oggi davanti agli occhi avevamo le spiagge di Angra do Rey!
Adriatica vola a 9 nodi verso nord.
I ragazzi ridono.
Io sorrido. Ce l’abbiamo fatta! Chi di voi lo vuol capire?
Ciao Velisti.

Davanti alla costa della Provincia di Buenos Aires

4 aprile 2007

Adriatica ha lasciato oggi il comodo ormeggio di Mar del Plata dove la base dei sommergibili ci ha ospitato per qualche giorno, il tempo di rimetterci in sesto dopo la “frullata” del sud Atlantico. Prima della partenza abbiamo scambiato alcune parole telefoniche con Patrizio e Syusy e i VpC del raduno di Bologna. Quasi 500 persone! Non posso crederci!
Durante la pausa a Mar del Plata sono accadute tante cose. Per esempio, durante un mio viaggio a Buenos Aires ho avuto la possibilità di incontrare Andrea Pilastro e i suoi allievi di Padova. Glielo dovevo. Il programma prevedeva che salissero a bordo da Puerto Madryn, ma per sole 24 ore é saltato l’appuntamento. Il giorno dopo Sono andato con il Professor Barbujani a visitare il
Museo di Scienze Naturali di La Plata. Una bellissima visita guidata da lui, famoso genetista, e dal curatore del museo. Intanto i ragazzi a bordo si facevano coccolare dalla comunità italiana
che ha organizzato una quantità di iniziative per noi di Adriatica. Una cena a Casa Italia, una visita al console, diverse escursioni in città per conoscere la città. Non posso nascondere il successo ottenuto presso le ragazze argentine… Fa piacere, ad un equipaggio di marinai, sentirsi coccolati amorevolmente (!!!) dopo tanti mesi di ’solitudine’.
Molti amici e amiche nuove hanno visitato Adriatica, che é risultata essere un’attrazione per questa città di 750.000 abitanti di cui 400.000 italiani. La TV, la radio, i giornali! Mar del Plata é una città
accogliente, pulita, ben organizzata e ricca di divertimenti.
Anche la Marina Argentina non é stata da meno. Il comandante della base ci ha messo a disposizione tutto il suo staff per assisterci. Abbiamo così potuto visitare i sommergibili e le corvette. Adriatica ha galleggiato saldamente ormeggiata a un Aviso dal nome ‘Punta Mogotes’.
Mar del Plata é stata anche la sede dello sbarco di Fernando, che termina il suo contratto da marinaio con noi. Un momento di emozione, dopo avere condiviso tanti momenti. Verrà in Europa presto. Ma abbiamo avuto tre nuovi imbarchi: Gianni Siroli, il nostro Fisico delle Particelle che già aveva partecipato attivamente alla navigazione di 22 giorni tra Galapagos e Antofagasta. In questo momento é di guardia proprio lui, sul ponte, mentre svaniscono gli ultimi colori del tramonto. E sono imbarcati Massimo e Oliver. Massimo é un biologo marino del Lazio, anche se ora vive e lavora in Puglia, mio amico, che mi ha chiesto se era possibile condividere una corta navigazione su Adriatica per parlare un po’ di biologia e ambiente Marino. Oliver é un suo amico (il suo ortopedico, per la verità) e anche Velista per Caso.
L’opportunità di un suo viaggio in Argentina ha reso possibile l’imbarco a bordo. Anche loro due contribuiranno con un versamento al finanziamento dell’Opera La Vina, a Fogo, che tanto ci sta a cuore. In questo preciso istante il sole é scomparso dietro l’orizzonte basso della terra americana, 10 miglia ad ovest. Nessun raggio verde, ma un’esplosione di rossim aranci, gialli in un fondo di grigi!
Il mare é abbastanza calmo dopo che ieri una piccola burrasca ha soffiato a 35 nodi. Ora abbiamo 15 nodi al giardinetto di dritta. Una leggera onda lunga da nord est fa ciondolare il boma, che abbiamo assicurato con una ritenuta.
Accendo il radar per la notte e le luci di via. Tra poco Marco darà il cambio a Gianni per altre due ore di guardia. Guardia da soli, stanotte.
Il tempo é clemente. Ma io sarò sempre pronto a raddoppiare se ne sarà il caso, per una manovra imprevista dovuta ad un rinforzo del vento. Per ora tutta randa e tutto genoa. Dritti per rotta 050°.
A Punta del Este ci attendono altri amici.
Ciao Velisti!

Alla ricerca di una finestra

29 marzo 2007

“La carta promette una finestra e un salto di vento a Sud Ovest, ragazzi” annuncio a tutti mentre sono a tavola davanti a un paio di polletti arrosto, l’ultima carne della cambusa di bordo.
Gli sguardi di tutti si posano su di me che sventolando un pezzo di carta chimica appena giunto via MeteoFax scendo i 4 scalini che separano la zona navigazione dalla dinette.
La poso in mezzo alla tavola facendo spazio tra i piatti e i bicchieri e comincio a spiegare: “L’alta pressione che é normalmente sul Pacifico, centrata sull’Isola di Pasqua, é unita da una settimana a quella che stazione sull’Atlantico del sud, creando un’unica grande barriera all’altezza della Patagonia che comprime in un corridoio stretto le depressioni che scorrono intorno all’Antartide. Sembra proprio che si stiano separando per lasciare che il consueto corridoio si allarghi e le
isobare si separino quel tanto che basta per fare diminuire il vento a una ventina di nodi, venticinque al massimo e farlo girare da Sud Ovest. E’ quello che aspettiamo. E’ la famosa finestra!”
“Quando?”
“Il primo aprile, e speriamo che non sia un pesce!” Gli occhi di tutti si illuminano.
E intanto la radio inizia a trasmettere sulla frequenza 4146.0 Mhz il bollettino della notte: “Securité, securité, securité. Qui Magellanes Radio che diffonderà il nuovo bollettino meteorologico per le zone 7 e 8 da Faro Guafo a Cabo de Hornos, valido dal 29 marzo alle 22:00 fino al 30 marzo alle 10.00 ora locale….. Isola Navarino, Puerto Williams e Isola degli Stati… vento da ovest girando a nord ovest, da 25 a 35 nodi, rinforzando durante la notte a 40/50 nodi con raffiche 65 a 75 nodi. Onda da 4,5 a 6,5 metri. Burrasca….”
“Speriamo che passi veloce”, penso, mentre tutti mi guardano. E molti altri pensieri si accavallano insieme. “Speriamo che non picchi troppo duro”, “Meno male che non siamo partiti oggi!”, “Speriamo che le cime tengano e la boa non abbia la catena troppo arrugginita!”, “Speriamo che la smetta, prima o poi…” E intanto mi infilo la cerata e lasciando i ragazzi a guardare e commentare la carta meteo speranzosi me ne vado a prua a controllare l’ormeggio. Non si sa mai. Tre cime: quella che lavora, la sicurezza e la sicurezza della sicurezza. Ma difficile dormire quando soffia così. Difficile stare inattivi a subire. Ma sarebbe illogico provare a partire.
Mentre passeggio sul ponte le nuvole corrono veloci affacciandosi da dietro le montagne e coprendo per un attimo la luna crescente, bianca, che rinnova con la sua luce il ricordo diurno delle forme dei boschi, delle cascate, delle pendici scoscese che ci circondano. Le passano davanti rapide, come guardando dei cavalli da corsa quando si é fermi sugli spalti all’ippodromo. Poi spariscono dietro le creste a est.
Sempre più fitte. Sempre più spesse.
La mia mente cerca un soggetto per rilassarsi. Ripenso alla bella mattinata di oggi, alcune ore di sosta dopo un’ulteriore notte di vento forte, in cui il sole ha riscaldato la coperta della nostra barca.
Allora tutti fuori a sistemare, lavare, asciugare, lucidare, come se il fatto di lavorare con il bel tempo lo potesse prolungare, potesse allontanare il suono notturno delle drizze che battono furiose, il fischio cupo del sud ovest attorno all’albero. Siamo scesi a terra in 5.
Martin e io siamo andati al lago. Una piccola escursione di un’oretta per fare lavorare le gambe. Una mezz’oretta di sosta gettati sulle rocce intiepidite dal sole mangiando un panino. Una sorsata di acqua piovana fresca direttamente dalle pozze limpide. Gli altri si sono trattenuti con i ragazzi della base Argentina per il solito giro di mate e quattro chiacchiere.
Proprio una bella giornata. Ho trovato un grillo o qualcosa di simile che vive negli stagni gelati in altitudine. Ne ho preso uno da inviare ai ragazzi di Padova (li ricordate?) perché lo analizzino e lo studino.
Veramente una bella mattinata… e mentre penso a questo, camminando sul ponte verso poppa, una spinta da dietro mi sbilancia, un raffica gelida che mi colpisce all’improvviso. Con la coda dell’occhio leggo lo strumento del vento che é a piede d’albero: da 12 a 45 nodi in meno di 5
secondi… Si fa presto a tornare alla realtà, qui all’Isola degli Stati, ultima terra prima dei 14.000 chilometri di mare libero che separano il sud America dall’Australia.
“Le cime… terranno!”
Buona notte Velisti!

Adriatica ormeggiata tra vento e tempesta

26 marzo 2007

In questa zona dove il Pacifico del sud incontra l’Atlantico del sud le perturbazioni si susseguono da ovest verso est con una frequenza inconcepibile per noi europei del Mediterraneo. Libere di circolare intorno al continente Antartico le depressioni si scatenano in un girotondo senza fine esaurendo la loro forza mentre allo stesso tempo si ricaricano di nuova potenza. Nessuna terra si oppone alla loro folle corsa. Ma quando giungono all’altezza della Terra del Fuoco lo spazio
disponibile per la loro corsa diminuisce, giacché a sud, giusto di fronte alla punta meridionale del Sud America, si prolunga l’unica protuberanza terrestre del continente antartico. Per questo il corridoio a loro disposizione, ampio di migliaia di chilometri, si restringe a un passaggio di soli 900 chilometri. La potenza accumulata si concentra. Le Ande formano una formidabile barriera che spinge verso sud il vento. Le isobare si avvicinano, la pressione atmosferica precipita e il vento aumenta, aumenta, aumenta… fino ad esplodere in tempeste talmente forti che costrinsero molte navi che cercavano di passare da est a ovest a optare, dopo giorni di lotta impari, a fare rotta sull’Australia e compiere il giro del mondo piuttosto che naufragare cercando di rimontare il vento.

L’Isola degli Stati si trova proprio sul bordo settentrionale di questa “bocca di cannone”. Basta guardare la carta di questa zona per rendersi conto della situazione geografica. Da una settimana le depressioni si concentrano qui, rincorrendosi, raggiungendosi, fondendosi, sovrapponendo la loro forza ed esplodendo in venti inconcepibili.

Adriatica é ormeggiata alla boa di Puerto Parry, e agguanta da 48 ore ormai le forti raffiche che scendono dalle pendici scoscese del fiordo che ci accoglie. Ho fatto legare la prua con tre cime. La prima lavora.
La seconda di sicurezza se la prima si rompesse e la terza di ulteriore sicurezza se anche la seconda dovesse cedere. E speriamo che non ceda la boa. Nessuna possibilità di salvare la barca, se dovesse succedere. Il fondale é a 60 metri e la nostra ancora non potrebbe fare presa a quella profondità. Inoltre le rocce accanto a noi sono a non più di 100 metri da ogni lato. Non avremmo nemmeno il tempo di rendercene conto, nonostante gli allarmi elettronici e le ronde di guardia continue giorno e notte. Ma é meglio non pensarci. L’equipaggio ha messo in atto tutte le precauzioni disponibili. Per il resto siamo nelle mani di Dio, quel dio che ha protetto tanti marinai in difficoltà.

Il vento si alterna. Per una dozzina di ore soffia da sud, scavalcando le montagne che sovrastano la baia e precipitando con forza irregolare che scaricano tutta la potenza sul nostro scafo rosso. Per altre dodici ore soffia da nord, entrando dalla stretta ‘passe’ che ci protegge dalla forte onda oceanica e alzando in meno di 500 metri almeno mezzo metro d’onda. Fra le due burrasche alcune ore di pausa, che ci permettono di scendere a terra a visitare i ragazzi dell’avamposto militare. Ieri abbiamo bevuto un ‘mate’ con loro al caldo della loro saletta diurna. Un piccolo bilocale di legno con tetto di latta dipinta di bianco che avevano appena finito di inchiodare dopo che il vento della notte lo aveva completamente sollevato. All’interno, usate dal tempo, 4 poltrone intorno a un tavolino da soggiorno. Di fianco una TV nemmeno recente, un videoregistratore con un armadio pieno di video cassette (almeno 100, direi), uno stereo con lettore CD. Su una tavolino antico, o meglio… vecchio, un computer. Nell’angolo più lontano dalla porta d’ingresso un tavolo a 6 posti con delle sedie traballanti di legno e pelle imbottita, ormai al limite della resistenza. Alle pareti spiccano diverse iscrizioni dipinte o incise, lasciate dai ragazzi dei precedenti turni che hanno presidiato la stazione. Due finestre non molto grandi, con i vetri e gli infissi segnati dal tempo, guardano direttamente la baia, attraverso alti alberi che assomigliano a dei pini marittimi, ma che non sono conifere. Da lì si potrebbe avvistare chiunque entri nella baia, ma… chi entra? 4 barche a vela l’ultimo anno e la ‘Patrullera’ della marina una volta ogni 45 giorni, quando arriva il cambio.
Su un mobiletto c’é un quaderno, il “libro delle visite”. Raccoglie i racconti e le dediche di tutte le barche che hanno rilasciato qui. Se si va a fondo della lettura si scopre che non sono più di 4 o 5 l’anno e che tutte si sono fermate almeno 6 o 7 giorni, prima di potere avere le condizioni meteo per poter ripartire.

Intorno alla casetta un bel giardino, ben tenuto, con gli immancabili pali su cui sono inchiodate delle tavolette con il nome e la distanza delle città argentine. Ognuna é diversa sia nel materiale che nel carattere. Sicuramente aggiunte di volta in volta dai marinai che apponevano ciascuno il nome della propria città, ammalati di nostalgia. La bandiera argentina svetta sul palo più alto, cambiata da 15 giorni e già frastagliata dal vento. Altre 4 costruzioni: il dormitorio, l’officina, il ‘galpon’ dei gruppi elettrogeni che danno energia alla base e un deposito. Dei sentieri si addentrano nel bosco, scavalcando su dei ponticelli di legno i ruscelli che scendono dalla montagna. Sono corti, questi sentieri. Dopo un centinaio di metri le pareti rocciose sono così a picco che nemmeno le capre potrebbero arrampicarvi. Un grosso bidone di metallo raccoglie l’acqua portata da due grossi tubi neri direttamente dalla cascata. Acqua fresca tutti i giorni!

Il sentiero principale scende per una ventina di metri fino al pontile galleggiante che accoglie il tender di Adriatica durante le nostre escursioni terrestri. Ieri sera i militari hanno organizzato una cenetta a terra: pane fresco e empanadas, una sorta di calzone ripieno di carne o formaggio tipico argentino. Ho dato libertà a Martin, Andrea, Ferdy, Riccardo di Rosignano e Paola, una francese amica di martin che ci accompagna per qualche giorno. Alle 22:00 ho dovuto chiamare per radio e dirgli di non tornare a bordo, anzi: “Non provate nemmeno a tornare!” Il vento a 35 nodi sollevava un’onda di oltre mezzo metro nel buio totale della rada.
Impossibile per il piccolo gommone percorrere i 400 metri di distanza senza rischiare di capovolgersi. Quindi si sono fermati a dormire nella base, un po’ accampati, ma felici di essere tra i pochi civili che abbiano mai potuto pernottare sull’isola. Per me, Ric, Damiano e Marco un’altra notte di inquietudine svegliandoci ogni mezz’ora a controllare se eravamo ancora agganciati alla boa.

E tutto é andato bene. La notte è passata e stamane i ragazzi che erano a terra, dopo la colazione sono andati in escursione al lago che é situato a 400 metri di altitudine in un bacino a picco sulla baia. Da qui, in basso, si intuisce l’esistenza del lago. Una cascata stupenda schizza improvvisa dalla parete piatta di roccia che sembra una diga artificiale. Si indovina, là dietro, la forma del bacino scavato dai ghiacci che hanno asportato una parte della montagna, così come farebbe un enorme cucchiaio affondato e rivoltato in una torta di panna. 40 minuti di cammino scosceso per uno spettacolo dell’altro mondo. Due militari li accompagnavano.

Oggi a pranzo ricambiamo l’invito e riceviamo tre dei quattro a bordo per una pasta italiana. Le chiacchiere si prolungano… Caffè, mate, un rhum… E mentre io scrivo i racconti seguono intorno alla tavola del salone di Adriatica. Storia, ecologia, politica, navigazione. Ogni argomento é soggetto di discussione. Che voglia di incontrare qualcuno che avevano questi militari. Che voglia di sentire che esiste altra gente in questo mondo che abbiamo noi, soli su Adriatica, piccola isola
solitaria.
Fuori il vento ricomincia a soffiare. Raffiche a 40 nodi che fanno vibrare l’albero come se fosse scosso da una mano gigante.
Forse dovremo contraccambiare l’ospitalità di ieri notte e dividere le cuccette di Adriatica con i militari?
Questa é la vita su Adriatica nei mari australi.

Isla de Los Estados e Puerto Parry

26 marzo 2007

Non c’é proprio verso di stare tranquilli in questa zona del mondo. Alle
17 ho deciso di dare una seconda ancora per sicurezza, orientata a sud, per proteggerci dalle eventuali raffiche del sud-ovest che stava entrando. Era un momento di calma. L’acqua si era appiattita nella piccola rada di Puerto Hoppner che ci ha ospitato per la notte. Qualcosa mi diceva che non eravamo in una buona posizione con vento forte dal 3 quadrante (*), ma il portolano invece la dava come la miglior cala dell’Isola degli Stati.

Non facciamo in tempo a terminare la manovra che una raffica superiore a 30 nodi colpisce Adriatica sul fianco e la fa inclinare, tirando su entrambe le ancore, la principale che era stata filata all’arrivo e la secondaria. La poppa era trattenuta da una lunga cima attaccata a una roccia. La barca offriva, quindi, la fiancata intera al vento. La posizione era ideale per il vento che avevamo avuto durante la notte precedente. Ma ora era un altro paio di maniche. Mi rendevo conto che eravamo in una posizione pericolosa. E’ annunciata una notte con raffiche fino a 50 nodi e se la cima che trattiene la poppa molla, in pochi secondi Adriatica sarebbe condannata, con chiglia e timone strisciando sulle rocce che sono solo a 15 metri sottovento e la fiancata che si sarebbe trafitta contro le rocce scoscese della cala.

Dovevamo dar fondo di nuovo a entrambe le ancore. Damiano e Marco in acqua, sul gommone, gli altri alla manovra a prua. Ho acceso il motore, fatto mollare le cime di poppa che i ragazzi hanno legato a un parabordo in attesa di essere riutilizzate dopo il nuovo ancoraggio. Recuperata l’ancora principale con il verricello e Martin che gestisce la cima della seconda, affinché non finisca sotto la barca e si infili nell’elica condannandoci a un disastro certo. Ecco la storia.
“Ancora a bordo!” mi annuncia Ric nel VHF portatile che usiamo nelle comunicazioni prua/poppa.
Provo a fare un giro. Chiedo a Martin di mollare ai ragazzi sul gommone anche la cima della seconda ancora per essere libero di manovrare. C’è troppo fondo… 40 metri a poca distanza dalla spiaggia… Non ho margine di manovra e il vento spinge inesorabilmente Adriatica contro le rocce. Provo a pensare ad una alternativa. A come fare questa manovra che non si può sbagliare. Se l’ancora filata non agguanta sul fondale non riuscirei a venirne fuori.
Ci penso un attimo. Ragiono sulle opzioni. Trattengo Adriatica con la poppa al vento, che é la maniera più facile di conservare la posizione quando c’é vento forte. Infatti é la prua delle barche che abbatte sotto le raffiche, offrendo maggior presa al vento. Ma la corrente mi crea delle difficoltà.
‘Non ho alternative’, penso. Da qui dobbiamo andarcene e al più presto.
“Ric, recuperiamo anche la seconda ancora” annuncio nella radio “prepara la manovra a prua. poi grido a Damiano e Marco: “Recuperate le cime a terra, ce ne andiamo!”

Mi avvicino con la prua al gommone per recuperare a bordo la grossa cima nera di 40 metri a cui sono attaccati 12 metri di catena e un’ancora da 50 chili.
I ragazzi sul gommone si ingegnano a recuperare le cime più velocemente possibile, combattendo con il vento che li spinge sulle rocce, il kelp che si avvinghia a tutto e la risacca che non facilita le manovre a terra.
La seconda ancora sale mano a mano. La catena é già a bordo.
Il tempo passa e non so esattamente cosa fare. Ma dobbiamo uscire da questa trappola prima che faccia buio. Al limite navigheremo nella burrasca ma qui siamo davvero nel casino.

Sono già le 19:00. Ho meno di un’ora di luce. Damiano e Marco salgono a bordo, anzi… ci si gettano. Il gommone é issato mentre dò una forte retromarcia a meno di 5 metri dal kelp. Se si attorciglia all’elica é finita.
“OK” dico “Andiamo fuori di qui. Ric, trovami un’alternativa, se c’é” Do macchima a vanti a 1800 giri sperando che non mi molli proprio ora.
Va!, Sta andando bene. Controllo le pressioni: OK. Le temperature: OK.
Usciamo dalla bocca angusta di Puerto Hoppner e l’onda lunga dell’oceano ci accoglie in tutta la sua potenza. Adriatica si impenna e la corrente la fa derivare verso l’isolotto del centro. Forzo ancora un po’ e finalmente lo vedo scorrere di lato. ‘Ragazzi, per un pelo!’.
Ricardo esce e mi da come unica alternativa una baia al fondo di un fiordo a 6 miglia di distanza. C’é una boa dell’Armada Argentina e una base con un avamposto abitato da alcuni militari. Non abbiamo alternativa. Qui fuori si sta per scatenare l’inferno. Percorro di corsa il miglio che mi separa dall’entrata del fiordo e mi ci infilo di getto.
Il vento rafficato cerca di spingerci fuori, ma pian piano riusciamo a infilarci tra la parete a picco dove l’onda colpisce e spumeggia a sinistra e lo scoglio semisommerso a dritta, accuminato come un pezzo di metallo rotto.
Due miglia rotta 170 gradi e entriamo in una angostura, uno stretto, che fortunatamente ha due luci di allineamento. Il passaggio é difficile. Di lato di sono un paio di bassifondi a pelo d’acqua e del kelp, sempre lui. Passiamo su un fondo di solo 8 metri. In un fiordo dove fino a pochi secondi prima c’erano più di 100 metri, fa una certa impressione.
Poi siamo nuovamente liberi. Acqua a prua. La boa la vedo prima sul radar che dal vero. Dritta nella direzione della luce della base militare. 200 metri, 100 metri. 3 cime pronte a prua, una per ogni lato e una di sicurezza. Con questo attracco deve staccarsi la boa dal fondo perché ci succeda qualcosa. Gommone in acqua ancora una volta. Piove, é quasi buio. Accendo la luce delle crocette. Mi avvicino il più possibile. Le raffiche mi fanno scadere di lato. Damiano e Martin preparano i cavi e le agganciano alla grossa boa cilindrica di metallo.
Martin ci sale sopra, tanto é grande.
Pochi minuti e tutto é finito. Siamo ormeggiati. Ricardo ringrazia quelli della base militare che ci chiedono se tutto va bene. Ci invitano domani a scendere a terra. 10 litri di cioccolata per noi! Poveri tipi, non devono vedere molta gente qui!

Mi rilasso un po’. Un thé. Una fetta di torta di mele. I ragazzi rientrano e gli organizzo una doccia calda.
Anche questa é fatta. Ma quanto é lontano il Brasile?
E fuori soffia duro… tanto per cambiare.